venerdì 20 dicembre 2013

Metempsicosi

Le dita raggrinziscono un poco. Pelle 'lessa', come dopo i lunghi bagni estivi.
I capelli odorano di tabacco, quello forte, dal sentore di liquirizia.
Mentre il tao asciuga sul polso, i capezzoli inturgidiscono, scioccati dalla texture del maglione norvegese.

Fuori un cielo di panna, cui non seguiranno neve, pioggia o vento.
Aspetta d'esser leccato via, e basta.

Lei accende bruciatori con vaniglia e cannella, aspirando l'odore agrodolce delle Feste imposte sulle nostre teste.
Tocco una cicatrice sulla guancia sinistra. S'affossa appena, per poi rialzarsi, prendendo la rivincita con un piccolo rigonfiamento sul resto del viso. Stanca di ogni finzione, la lascio luccicare nella sua porporina.

La forza della perseveranza, della speranza cieca, mi spinge a battere i piedi.
Spunto la lista di chi gioca a "solo chiacchiere e distintivo".
Spengo la testa, e accendo il cuore.


"E cosi viene natale,
santa Madonna...
e la gente va in chiesa...e
a fare la spesa
e cosi viene natale,
sempre d'inverno,
con il gelo che ti gela e
con quel nodo nella gola
e mi serve qualcosa
non so dire che cosa e...
e cosi viene natale,
anche stavolta,
tutto il mondo fa festa e
a me fa male la testa"


venerdì 29 novembre 2013

L: il Lamento costante

Se non la si disciplina, la Mente parte toujours alla rincorsa del Lamento costante.
Talmente abituati a biasimarci, lo facciamo anche in maniera preventiva.
Castrati.
Sì, ci castriamo.

Quando sarebbe bello essere fieri di noi stessi nel profondo.
Accettandoci integralmente.
Anche quando siamo brutali.
Soprattutto, quando siamo cinici.

Le persone buone sono infatti le più pericolose.

Noi - Lei ed io - nutriamo una profonda avversione per i loro "gne gne gne", quei capi inclinati, oscillanti, votati al compatimento costante.

Le persone buone non esistono.

Sono tutte anche cattive.
E pure tanto.

Allora io esprimo ogni mattina il mio Lamento latente, lo manifesto affinché non sia strisciante.

Oh, Santi Numi, perché non vivo a Thudufushi, circondata da placidi flutti?
Oh, Ingrata Sorte, come mai non ho la pelle di Natalie Portman e il naso della Kidman?
Ah, Fato Meschino, non potevi dotarmi del talento di Oscar Wilde?
Deh, Tempo Crudele, ti scocciava tanto fermarti alla mezzanotte del 1996?

Poi, così, possiamo pure lottare.
Ah, adesso ho le mani libere per scazzottare il destino.

http://mormonwomenbare.com/

giovedì 31 ottobre 2013

Invitation

Succede mentre cammini distratta, annusando l'odore della pioggia. Che, sull'asfalto cittadino da troppo tempo asciutto, ha un'allure tutta particolare.

Godi di tutto ciò - queste piccolezze (non apri l'ombrello, ti lasci bagnare, sorridi e basta), che oggi contano più di una vincita al Lotto - e nel frattempo t'infastidisci.

Resti nel tuo pellegrinaggio mentale (fai scorta di sensazioni positive, da affastellare nei momenti di noia disperante), ma riconosci un ronzio di sottofondo. Come le zanzare bastarde d'estate, proprio nel momento del bacio più scabroso.

Alla fine t'incazzi. E ti apri al reale.
Guardi.

Le zanzare sono un paio di piedi maschili, foderati di pelle nera.
Fanno il tip tap tutt'attorno, seguono e pungolano.

Mi scusi.
Posso farglielo un complimento?
Lei è proprio bella.
Ha un viso che...
Le posso offrire un caffè?

giovedì 17 ottobre 2013

Hostage

Io che non dispongo di un Maestro - uno di quegli Illuminati capaci di far cadere il velo dagli occhi, e svelare la vita per quello che realmente è - mi accontento di perenni cadute e risalite alla Auto da fé.

E nei momenti di lucidità (quando il pareo di cotone rinforzato che fodera le sclere è momentaneamente sostituito dall'organza più fine) appare lampante come noi tutti viviamo in Ostaggio della paura.

Bloccati dal giudizio altrui.

Imprigionati nel terrore di fallire.

Paralizzati dal rancore.

Ed è paradossale come, in quei frangenti eterei, ci si senta nell'iperuranio. In una condizione in cui, per farla breve, una pasta alla ganache, quattro righe di Alan Bennett o il miagolìo di un randagio ci restituiscono la Pace Primordiale.

Ed è strabiliante che, scoccata la mezzanotte, deponiamo la saggezza per tornare in cella.

Passatemi le catene, un tozzo di pane vecchio e dell'acqua stantia.
E' tutto ciò di cui l'anima mia abbisogna.
Per tornare nel girone degli stolti.
Per rifarmi Uomo.

mercoledì 18 settembre 2013

G di Gavetta

Avevano annunciato un settembre estivo.
Invece stiamo già a riflettere se metterci la canottiera e le calze velate.
Tira vento, e tira via le ultime ombre d'abbronzatura.

Senza rancore, estate, se devi andare, vaja con dios.

Lei ed io ci tatuiamo con frutti tropicali, procrastinando ogni cosa.
Ci gratifichiamo dopo ch'è finita la Gavetta.
Una delle tante.

Un periodo fatto di momenti, d'oscillazioni infinite in cerca d'approdo. Una frazione d'eternità che pencolava al fianco scoperto, scioccandolo ogni quattro passi.
Come il contenitore del rancio soldatesco, una latta appesa all'omero che al sole ustiona e al ghiaccio iberna.

Ad aspettarci c'è quello che verrà.

Non saremo mai pronte. Ma vive - a parare i colpi, godere carezze - certamente sì.

giovedì 12 settembre 2013

la Fiesta

Una arriva a 30 anni e si sente ancora la stessa ragazzina che, jeans a zampa e foulard in testa, bucava le Marlboro con le monachelle degli orecchini gitani, per renderle più leggere.

Dev'esserci qualcosa che gira al contrario, in questa vita lanciata a saetta.

La gente invecchia e s'attacca ai ricordi.
Mi fermano persone chiamandomi "amica", quando tutto quel che ci legava era un cenno del capo alla fermata del bus, la testa piena di nozioni per la verifica sulle equazioni esponenziali.
Perché, forse, ad un certo punto smettiamo di sperare di vivere e viviamo davvero. E stare con gli occhi aperti non ci piace più di tanto.

Lei è tornata a farmi visita.
Un ciao fugace, il soffio (dispettoso) al posto mio sulle candeline.
Sa che ci sarà sempre, ma che adesso è il mio turno.
La Donna, non la Bambina.

Una Fiesta per due, a base di pesce. Un po' troppo cotto perché la testa era altrove.
Nel bilancio estatico di tutte queste lune ora alle spalle.
Un'idiozia insomma.

Che serve per capire che, da qui in poi, il necessario non sarà un contorno occhi "prime rughe".
Ma una vagonata di attributi da scippare all'altro sesso.

mercoledì 10 luglio 2013

E come Estate

Partire è un po' morire.

Voglio sperare - sempre e comunque - che il caro Edmond Haracourt avesse torto.

Partire è rinascere.
Si lascia qualcosa di noi alle spalle, vero. E, a volte, ad imbrogli e paturnie è appiccicato pure qualcosa di buono. Che spiace lasciar lì, perché in valigia proprio non ci entra.

Ma diciamocela tutta: chissenefrega.
Se il viaggio è vero, finisce sempre che, nelle retrovie, resta la vecchia pellaccia, mentre si mette su nuovo smalto. Si torna dunque ritemprati, un po' rincoglioniti, anche.
Ché arriviamo a riaffezionarci anche allo stronzo di ieri. Ci pesterà i piedi magari più forte, e noi gli sorrideremo convinti. Veramente.

Perché siamo partiti.
E adesso siamo diversi.

In che modo, non si sa.
Forse è solo un tatuaggio all'hennè sulla caviglia. O un'amicizia da interregionale. Una margherita incastrata nei Ray ban, una relazione troncata davanti al decimo mojito.

Forse è solo Estate.

Buon viaggio...

venerdì 28 giugno 2013

D: Dire (fare, baciare, lettera, testamento)

Da piccola odiavo questo gioco.

Dire Fare Baciare Lettera Testamento

Forse perché non lo capivo.
Sicuramente perché era "da grandi", e i grandi non mi volevano mai tra i piedi. Avevo il vizio di parlare loro senza filtri, chiamandoli "ammassi di cacca, piscialletto, cretini, culi all'aria" e via dicendo.
Vedevo in loro i segni inequivocabili dell'adolescenza galoppante, fatta di magliette che tirano sul petto, schiene brufolose, pelurie incontrastate e gonfiori sospetti. E non mi piaceva affatto, come chi guarda corrompersi anzitempo la propria immagine allo specchio.
Quell'andare per cantine, in piena estate, ammassandosi tra libri vecchi e salami appesi, con la scusa dell'umida frescura, m'induceva allo sputtanamento acuto.
Salvo poi pentirmene.
Chissenefrega se Simone, ad un certo punto, lo sguardo da cinese, sudava tutto. Io volevo, per una volta, chiudere gli occhi e scegliere la mia sorte, seduta sulla polverosa enciclopedia Treccani dell'inquilino 33/A.

Oggi pare che, insieme ai vecchi passatempi formativi, siano scomparse pure le estati in cui il sudore, già a fine maggio, trapelando dalle t-shirt ricordava mimeticamente l'odore del bagnasciuga, il crepitio del sole ozioso.
Adesso il sudore si lava via, di corsa. Sa di smog, di uffici, ascensori e scale chiuse.

Quando un'esperienza finisce, non basta il colpo di spugna.
Le mie filastrocche, i bomboloni in riva al mare, i fantasmi della prima sensualità. Vissuti e accantonati, riempiono gli scatoloni della memoria come vecchi tricicli ammaccati. Non si buttano via. Si soffre la colpa di rimpiangerli un po', in questo solleone che desiste.

Tuttavia, con gli occhi tesi all'orizzonte, giunta alla fine di un'avventura, aspetto che ne inizi un'altra.
E gli ultimi cinque anni, passati a trovarmi un posto nella comunità del Dire Fare Baciare, ho deciso di raccontarli.

Oggi mi è toccato il pollice.
Oggi ho scelto di Dire.

domenica 23 giugno 2013

Che vita (...)

Essere bionda dopo una vita da mora.

Intrupparsi in una salopette di jeans come una dodicenne.

Cambiare font al blog giusto il tempo di un post strampalato.

Meditare di (ri)cominciare a fumare Chesterfield blu.

Mangiare solo budini al cioccolato da quattro giorni.

Passare compulsivamente lo straccio sul parquet. Completamente nuda.

Cantare ossessivamente la stessa canzone dall'alba al tramonto.

CHE VITA

giovedì 13 giugno 2013

Bastava dirlo

Arriva l'estate, con il sole cocente e la voglia trattenuta di andare in giro coi talloni nudi.

Arriva la consapevolezza d'essere più leggeri.

Arriva una mail dalla redazione, che annuncia sibillina come anche gli ultimi lavori rimasti vengano depennati dalla già scarna lista.

Arrivano l'estratto conto, le tasse, i piccoli debiti.

Arrivo io.
Ché Bastava dirlo, cazzo.
Un respiro profondo, qualche 'fuck a mezza voce, e ciao.
Pianifico dei scintillanti shatush ad estinguere il portafogli.

Et voilà

lunedì 10 giugno 2013

Allergic to morning

Ciao cara, hai niente da darmi?

Guarda, non è giornata

Neanche pochi spiccioli, per la famiglia?

Sto messa male, stamattina. Lascia fare zio

Guarda che non sono come tutti credono

??

Io sono un uomo di Dio

!!

Non sai quanto prego. Prego anche per te

'Spetta che guardo se ho qualche moneta dài

Tutti i pomeriggi, alla chiesa di San Francesco

Ecco, tieni. Sù

Grazie cara. E ricordati: i figli vengono così, come la pioggia

Ehm

venerdì 7 giugno 2013

sale in Zucca

Perché quando una persona cerca ardentemente un angolo di tranquillità viene comunque trascinata in una drama situation dietro l'altra?

Cosa sta dicendo, ora, il mio karma?
Pace dentro te, battaglia fuori di te?

Eh, non lo so.
Sono tante le cose che non conosco, in questo periodo.
Però ho accettato il fatto che non avere le risposte non equivalga necessariamente alla fine del mondo.

Tutto ciò che mi serve, adesso, è una mano da stringere e nervi saldi.

Beh, dimenticavo: anche una massiccia dose di "sale in Zucca" non guasta mai.

martedì 4 giugno 2013

V come Vita

Si capisce molto di una persona quando questa si trova a fare i conti con la morte. Reale o figurata, poco importa.

Un affetto che scompare, qualsiasi esso sia, pone davanti ad un baratro, dinnanzi al quale c'è chi salta rapidamente aldilà, zompando subito sull'altra sponda, e chi si ferma sul ciglio, testa china, ad annusarne i bordi. 
Esiste anche chi si cala nella voragine, e lì si perde.
Accade poi che qualcuno, armato di corda e picozza, senta di dover scrutare il fondo più nero, per poi risalire dal versante opposto, trasfigurato.

Io invece mi trovo in subbuglio davanti alla Vita che nasce.
Quella vera.

Cerco di trarne significato, ma resto sempre con un pugno di mosche in mano.
E con la consueta, sottile ansia procurata dalla fragile bellezza sconfinata di un essere che reclama con i suoi vagiti tutto te stesso.
Il mondo pare a suo agio, l'umanità intera culla placidamente i suoi nuovi figli, muovendosi quatta tra istintualià e benigna noncuranza.
A me pare un miracolo grande. Che esige un atto di fede.

Forse è questo il punto.

Il terrore di darsi interamente, senza riserve, come mai prima si è potuto fare. Un imperativo, un Credo al quale non ci si può sottrarre, che nasce biologico dalle viscere prima e imperversa razionalmente poi, impregnando la materia grigia in ogni sua succosa fibra.

Lo stupore sublime di ritrovarsi a pensare "eri di tutti, sei diventato mio".

domenica 19 maggio 2013

Un boccone alla volta

Pioggia e sole si alternano, fuori.
Intreccio spago e altri materiali di recupero, quello che mi passa tra le mani.
Creo bracciali "a nodo", gli stessi che, sedici anni fa, in una noiosa estate carsica, inventai con furia.

Gambe e braccia nude, scurite dal sole, me ne stavo sola sui marciapiedi di periferia a vendere i monili.
Mi feci per amica una zingarella dagli occhi felini.
Diventammo presto inseparabili. Dividevamo il parco bottino dei nodi di spago, per spenderlo in limonate fresche, reti di biglie, o nasconderlo in vecchie scatole di biscotti al burro dal sentore rancido.
Una gatta selvatica e una bambina senza radici.

Arrivò presto settembre.
La cartella era un peso estraneo sulle spalle.
Gravava, scorticando la schiena come un doloroso giogo.

Non trovai più quello sguardo gitano.
Scappato con la mia bicicletta in un mattino di nuvole, mentre tutti gli altri tornavano ai banchi di scuola.
Libero come il vento.

Io, in fondo, ero contenta.
Ovunque fosse mai andata, lei avrebbe avuto almeno due cose che le ricordavano me.
Un manubrio fucsia consunto dal sole.
Un ruvido nodo di spago verde stretto attorno al polso destro.

Come si mangia un elefante?
"Un boccone alla volta, credo"
Esatto. Allora iniziamo. Pezzo dopo pezzo, giorno dopo giorno?
"Beh, mangiamoci questo elefante"

martedì 14 maggio 2013

di Trama (e ordito)

Oggi ho consumato le suole delle (già) consumate sneakers nel fare il mio fortuito e impelagante lavoro.
La vista del Garda tutt'intorno leniva ogni rimbrotto, mentre il sole colava a picco sulla mia testa come un uovo al burro che scivoli inesorabilmente giù dal padellino in teflon.

Quando una brasiliana - un po' musona, con l'apparecchio ferrigno e delle mollettine stile Barbie tra i ricci - mi ha soccorso con dell'acqua ghiacciata, tra magnum di Lugana, è inziata una surreale Trama mentale che ha unito sconosciuti lembi di memoria letteraria.

Il suo ordito, più o meno, suonava così.

- Il filo sottile che tiene insieme due persone.
- Quale filo?
- Il filo di tutto quello che le tiene legate, anche quando sono lontane. Anche quando non si vedono e non si parlano.
- Perché dici il filo?
- Perché è una cosa molto sottile e
molto resistente, no? Che puoi anche non vedere, ed è estensibile quasi senza limiti attraverso la distanza e il tempo e l'affollamento delle altre persone che
occupano lo spazio e lo attraversano in ogni direzione.
Però non è affatto scontato che ci sia, il filo.
- No?
- No. Magari due pensano di essere molto legati, poi appena provano ad allontanarsi scoprono che in realtà stanno benissimo ognuno per conto suo.
- E allora perchè pensavano di essere legati?
- Perchè erano tenuti insieme da una colla di pura abitudine e oggetti e luoghi condivisi e gesti stratificati. E' una colla così forte da sembrare una saldatura permanente, ma appena uno dei due prova a staccarsi non c'è nessun filo che lo segua.
- Che triste.
- Sì. La maggior parte dei legami sono di questo genere, credo.
- Come fai a sapere che invece il filo c'è?
- Quando provi a romperlo, e ti trovi in caduta libera attraverso il senso delle cose.
- E di cosa è fatto, questo filo?
- Di uno scambio continuo di domande e risposte. Sguardi, anche solo immaginati. Assonanze e intuizioni e sorprese, curiosità reciproca che non si esaurisce. E similitudini, e differenze.
Andrea De Carlo



lunedì 13 maggio 2013

S: di Strabismi (e specchi dell'anima)

Lo sguardo, a volte, può escogitare implicite vie di fuga.
Come i tic, arriva in soccorso nell'imbarazzo, nel disagio il dileguarsi inconscio: i piedi fissi a terra, le pupille distolte dalla fonte, rapite in un percorso tutto loro.

Così la lingua si srotola tranquilla, le mani mimano confidenza, nell'ottica di chi conosce la prossemica e non si vuol tradire affatto.
Ma gli occhi.
Loro non mentono mai.
Semplicemente perché non possono.

In questi giorni di sole e nuvole, la mia risposta è un (dolce) Strabismo.
Sa di braci all'aperto, d'erba appena tagliata.
Di latte e menta, di baci silenziosi che urlano nel vento.
E' l'atto di guardare e non guardare. Per timore di ciò che manca, per non rovinare il sogno di tutto quel che c'è.   


Paura dei tuoi occhi,
di quel vertice puro
entro cui batte il pensiero.
 


Alda Merini

venerdì 10 maggio 2013

Redirect

Siamo oltremodo esauste.
Oramai decliniamo frasi celebri secondo l'(umido) mood del momento.

Questa primavera non s'ha da fare
Può piovere per sempre
Domani è un altro diluvio

E via dicendo.

Andare a letto contente perché l'indomani ci aspetta un completino nuovo, così fresco, frizzante, estivo da risollevare l'umore meglio di una doppia porzione di profitterol alla chantilly.
Alzarsi poi avvolte dalla nebbia, dal grigio. Venire violentate da spruzzi d'acqua gelida ad intermittenza, che squagliano il trucco, svegliano in modo molesto, rovinano un sogno di tulle e scollature impavide.

Il clima è un nemico che l'ha vinta in partenza.

Non ci resta che modificare i nostri programmi, pigiare ancora una volta il (consunto) tasto Redirect.
E consolarci - ovvio - con una canzone appopriata.

martedì 7 maggio 2013

Q, il Quadro perfetto (della situazione di coppia)

"Anche se occasionalmente vorresti trafiggere la gola della persona con cui vivi,la familiarità sempre maggiore che dividi con lei diventa più ricca, piena ed autentica man mano che passa il tempo.
Se decidi di arrestare questo lento accumulo di significato per gli indiscriminati, istantanei fremiti dell'infedeltà, o di altro, abbandoni qualcosa a cui non avrai mai più accesso.
Credo che ogni coppia sia costituita da due persone e da una terza entità: può prendere la forma fisica di un figlio o rimanere l'unica, indescrivibile sensazione dello stare insieme che è propria di quei due esseri e non di altri".
CHRIS WARE

domenica 5 maggio 2013

Pasticcio capriccio

Chi cucina lo sa.
L'idea di un capolavoro gourmand si può trasformare in un orrido Pasticcio.

Spesso - in costante similitudine con la vita - basta mantenere il sangue freddo, e tutto si risolve.
C.v.d.

Mousse al cioccolato bianco "Lost in Translation"
120gr cioccolato bianco
20ml latte
200gr yogurt di soia
lamelle di mandorle
ribes fresco

Buttare via la panna (smontata) e gli albumi a neve (raffermi).
Concentrarsi sul cioccolato, da far sciogliere dolcemente, a bagnomaria, con il goccio di latte.
Unire allo yogurt di soia (molto sciapo e molto sano).
Riempire delle cocottine rivestite di pellicola, e riporre in freezer fino a rassodamento completo.
Servire il dessert capovolto in un piattino, accompagnato da qualche bacca di ribes e svariate lamelle di mandorla pelata al vivo.

Noi ce lo pappiamo senza pensieri, facendo gli auguri a questi Sei Mesi di questa Semantica Mistica.

venerdì 3 maggio 2013

O come Oblio

Spunta il sole che scalda la pelle, il cuore.
Stiamo unite come siamesi, ci guardiamo le spalle l'un l'altra. Per imparare a non doverlo fare più.

E' difficile capire come il passato lasci traccia nel proprio presente. Pensavo che prenderne coscienza, essere sinceri con sé stessi bastasse.
Invece ritrovarsi con delle ferite fresche, degli strappi nelle carni è facile. Dove non è ben suturata, la pelle si lacera in un attimo.
Basta un salto a cuor leggero, un movimento ampio. Credevi d'avere il fisico. E ti ritrovi a sanguinare.

Forse ho tolto il cerotto troppo presto.

A volte cedi alla seduzione dell'Oblio.
Ma qualche fantasma buono ti viene comunque a trovare.
Allora gli fai spazio, lo guardi nelle orbite vuote.
E' solo un lenzuolo immacolato da piegare con cura e riporre nell'armadio. Ce ne sono tanti, impilati l'uno sull'altro.

E' il mio corredo.
Mi serve per calarmi aldilà del muro.

Another brick in the wall

martedì 30 aprile 2013

Nemesi

Ti rendi conto che hai vissuto senza radici, sballottata qua e là.
Che ti accontenti di qualsiasi punto fermo, della prima cosa che incontri.
Che una boa ti sembra un'isola.
Ti ci aggrappi per paura di soffrire, di stare male.
Ma il dolore nella vita c'è, purtroppo e per fortuna.
E adesso non sei più sola ad affrontarlo.
Hai avuto un mare di coraggio.
I bambini quando si fanno male corrono dalla mamma a piangere, a farsi consolare. Ma se lei non c'è, stanno zitti. Anche se sentono male, tanto e comunque.
Tu eri una di quelle bambine. Hai sbattuto la testa molte volte. E hai stretto i denti.
E' ora di trovare casa.
Coraggio.

Disserrare le mascelle non è facile.
Sparare in faccia alla propria Nemesi nemmeno.
Ma questi bagagli pesano e voglio poggiarli da qualche parte.
Poi, si penserà anche ad arredare questo deserto.

domenica 28 aprile 2013

Modà (I agree with...)

Sognare di volare e avere sempre il bisogno, di nuove sensazioni per cancellare un ricordo.
E non esiste un cielo, senza stelle se resto ad occhi chiusi ed oltre, oltre le nuvole guardo.

Eppure gioia, se penso che son vivo, anche in mezzo al casino.
Eppure gioia, se penso che da ieri, io sono ancora in piedi.

Pensare di star male è non avere rispetto, verso chi sta peggio, verso chi invece è già morto.

Eppure gioia, se penso che son vivo,
anche in mezzo al casino.
Eppure gioia, se penso che da ieri, io sono ancora in piedi.

Distendersi su un prato e respirare la luce, confondersi in un fiore e ritrovarsi a sentire, l'odore dell'estate, la fatica delle salite, per apprezzarle meglio, quando saranno discese.

Eppure gioia, se penso che son vivo, anche in mezzo al casino.
Eppure gioia, se penso che da ieri, io sono ancora in piedi.

Modà, Gioia

Lyrics (save my life)

Alice nella stanza chiusa restava
Senza sorridere più
Le sembrava mancare da sempre qualcosa
Per sentirsi speciale
Il ragazzo dagli occhi di perla indagava
Senza capire perché
Così un giorno le disse, dritto negli occhi
Dimmi che posso fare
Guarda nel blu e arriva lassù
E portami un grammo di nuvole
Lui mise due ali sotto le mani
Tornerò con quello che vuoi tu

La città si fece piccola
Infondo agli occhi suoi blu
Lei restò immobile a guardare
Dalla finestra sola e con un gatto blu

Alice non era ancora felice
Voleva ancora di più
Il ragazzo dagli occhi di perla le disse
Cos’altro potrei fare
Guarda più in un alto e arriva lassù
E portami un pezzo di blu
Poi lui la guardò, le disse va bene
Tornerò con quello che vuoi tu

La città si fece piccola
Infondo agli occhi suoi blu
Lei restò immobile a guardare
Dalla finestra sola e con un gatto blu

Alice sorrise ma solo un minuto
Poi tutto tornò come prima
Manca sempre un minuto
Un sorriso infinito
Potrebbe accadere anche a te…

La città si fece piccola
Infondo agli occhi suoi blu
Goodbye mia dolce meraviglia
Io volo più in alto del blu
Lei restò per sempre lì a guardare
Dalla finestra sola con un gatto blu
Annalisa Scarrone, Alice e il blu

martedì 23 aprile 2013

I: Incontrovertibile verità

Sö, un po' d'allegria! Il buon giorno si vede dal mattino!
 
E infatti io sto caricando il letame. Poi trasporto il letame, poi spargo il letame... Praticamente, una giornata di merda!
 
Artemio (Renato Pozzetto in Il Ragazzo di Campagna)
 
 
Perché quello che facciamo, e come lo facciamo, influenza vivamente le nostre giornate.
 
E, quando non abbiamo scelta, ché il letame dobbiamo proprio caricarcelo sulle spalle, non resta che riderci sopra.

venerdì 19 aprile 2013

Hide (and seek)

La stanza è luminosa.
Io sono a mio agio.
Non ho niente da perdere e, anzi, ho voglia di sfoderare i gioielli di famiglia e far vedere che - perdio - valgo qualcosa. Il talento non mi manca.
Questo nascondino dura da una vita, e sono stanca di aspettare, appostata dietro a un tralcio di vite appassito, che qualcuno mi scovi.

Buongiorno, signorina, e grazie per essere venuta.
Ho sotto agli occhi il suo cv. Vorrei che mi spiegasse il suo percorso. Come mai questa specializzazione? Racconti, racconti.

Accavalla le sue gambe di sessantenne sotto al tavolo di cristallo. Sorride, sempre e ancora, bonario.
Più che ad un colloquio di lavoro, ora mi sembra di stare nell'ufficio di mio padre, a snocciolare quattro chiacchiere sul futuro prima di farci un prosecchino col San Daniele e i grissini alle olive.
Attacco un discorso che, me ne accorgo subito, è diverso da quello che avevo in testa. I denti sono meno affilati, la guardia è bassa. Ma il concetto è chiarissimo.
Pochi secondi, e la sua attenzione è catalizzata dalle mie mani.
Stavo per "darmi un tono", ed ecco che mi ritrovo a gesticolare troppo.
Cazzo.

La interrompo subito, mi scusi.
Ho visto la sua vera al dito: lei è sposata, ma non l'ho letto nel curriculum...

"Non pensavo fosse necessario".

Beh, certo, capisco.
Continui pure.

Respiro, ma ormai mi sento disorientata. Mentre parlo, i pensieri vanno per conto loro.
Sento un sottile disagio. Incrocio le braccia al petto.

Scusi, eh.
Ma devo proprio fargliela adesso questa domanda.
Non per farmi i fatti suoi, beninteso.
E' per capirci, per sondare subito le reciproche esigenze...
Lei, in futuro, si vede casalinga, con prole, appoggiata al marito, o lavoratrice?

Inghiotto saliva.
Cazzo.
Penso che non ci posso credere.

"Per me il lavoro è importante. E' autonomia, indipendenza, passione, poi, se si è fortunati".

Quindi niente famiglia? E' una carrierista?

"Non ho intenzione di votarmi esclusivamente né al lavoro, né alla famiglia. E mi auguro, ovviamente, di averne una".

Sta zitto un attimo. Guarda in basso, poi mi fissa negli occhi.

Ah, lei non ha idea di come le donne siano cambiate, di questi tempi. Rivendicano il loro ruolo, vogliono essere partecipative, presenti, nella società.
Certo, ci sono anche le assatanate del lavoro, quelle che se proponi un contratto da 8 ore si mettono le mani nei capelli: ne vogliono 12, 14, 18!

Ride.

A che lezione sto assistendo?
Sono tornata tra le aule dell'asilo?
Cerco gli elefantini blu alle pareti, il tappeto morbido per le capriole.

Bene bene.
Ecco, era una cosa personale, ma ripeto, non per farmi gli affari suoi.
E' che bisogna essere contenti entrambi: che senso ha proporre un indeterminato, e sconvolgere così la persona, spezzarne gli equilibri personali? Dico bene?
Poi, noi, oggi puntiamo all'obiettivo, non alla presenza in ufficio. Lei potrà stare al lago ad abbronzarsi tutto il giorno e lavorare di notte, se soffre d'insonnia: l'importante è il risultato.
Facciamo così.
Ci rincontriamo con il direttore editoriale, e vediamo insieme che tipo di collaborazione esterna può andare bene.

Tana per tutti.

mercoledì 17 aprile 2013

G: gravità zero

Mi fissa coi suoi occhi indecifrabili, china la testa di lato, e mi ripete la domanda.
Sempre quella. Gentile, leggera, evanescente.
Declinata per tre.

Ti va se ne parliamo?
Te la senti?
Ci proviamo insieme, adesso?

Io dico sempre "sì".
A volte dopo una pausa lieve.
Perché ho in gola un cubo di vetrocemento, che non mi fa parlare subito.
Lo inghiotto, impavida, faccio un bel respiro e provo a sciogliermi.

Allora il tempo perde forma e significato.

Finché non mi rialzo, e sento tutti gli hooks incassati, la tensione elettrica pulsare sottopelle, una stanchezza possente che sfibra ogni atomo.

La via verso casa si percorre a passo lento.

E' il premio di un peso piuma che sa di aver fatto il suo dovere, senza finire al tappeto.
Nessun knockout, signori.
Abbiamo provato l'ebbrezza della Gravità zero.

domenica 7 aprile 2013

(fat fat) Free

Latte di mandorle in tazzona, mandorle pelate.
La nostra merenda a go-go della domenica pomeriggio.

Siamo proud of ourselves.
Oggi abbiamo liberato generazioni di donne da una virulenta schiavitù.
Quella per uno dei dolci al cioccolato più golosi, voluttosi e bastardi della storia.
Serve dirlo? La Sachertorte.

Insieme a Lei, riporto fiera la ricetta della sua cugina minore.
Più snella, cazzuta, pepata e combattiva.
Perché la nostra chocolate torte non s'accontenta di vivere un paio di volte l'anno.
Vuole (e può) esistere ogni dì.
Essendo (fat fat) Free.

Crafty Chocolate Torte
- base -
. 220gr farina manitoba
. 100gr zucchero di canna
. 1/2 cucchiaino di sale fino
. 40gr di cacao amaro in polvere
. 1 cucchiaino colmo di bicarbonato di sodio
. 80gr d'olio d'oliva
. 250gr di latte
- farcia & copertura -
. 250gr di cioccolata fondente all'80%
. marmellata d'albiccocche senza zuccheri aggiunti qb
. peperoncino in polvere qb
Per la base miscelare gli elementi secchi e aggiungere poi quelli liquidi. Incorporare bene e disporre in una tortiera apribile foderata di carta forno. Cuoce a 180° per 35 minuti.
Quando la torta è ben fredda, diviverla in due dischi e farcirla con la marmellata, poi ricomporre.
Sciogliere a bagnomaria la cioccolata finché non diventa specchiata, aggiungere la punta di un coltello di peperoncino in polvere e glassare la torta a dovere. Lasciare asciugare completamente.
Scrocchierà sotto la lama del coltello, al momento di servirla.
Unico effetto collaterale: fa spuntare gli attributi ad ogni Miss.

sabato 6 aprile 2013

E: l'Equilibrio

In bilico come eterni (ed eterei) funamboli.
Sul perno delle emozioni.
Questo siamo.
Ma sarebbe sin troppo semplice.

Mentre (ri)cerco il mio Equilibrio, Lei ed io ci diamo dentro con mestoli e sbattitori elettrici.
Scoprire il bilanciamento tra gusto e leggerezza ci viene più semplice che digerire paturnie ed ancestrali "perché".
Ed è - ovviamente - sin troppo semplice.

Cloudy Cheesecake
. 150gr di biscotti secchi light
. 50gr di margarina
. 2 cucchiai di zenzero in polvere
. 250gr di ricotta
. 250gr di yogurt greco light
. 100gr di zucchero di canna bio
. 2 uova bio
. 1 busta di vanillina
. marmellata di mirtilli neri bio zenza zuccheri aggiunti
Per la base frullare i biscotti con lo zenzero e amalgamarli con la margarina fusa a fuoco basso. Compattare poi il tutto sulla base di una tortiera a diametro apribile.
Per la farcia mescolare ricotta e yogurt, zucchero, vanillina e uova. Porre sulla base livellando.
Cuocere a 170° per un'ora e poco più.
Una volta fredda, cospargere il top con una generosa dose di marmellata.
Come tutti i soul food, questa cheesecake da tempo bigio va mangiata a forchettate voraci, a mo' di medicina. La speranza nel cuore, e pace fatta con la bilancia (più cloudy di così non si può).

mercoledì 3 aprile 2013

Doctor X

Alla fine (che sarebbe l'inizio, a onor del vero), siamo andate da Doctor X.

Niente lettini feudiani, solo due sedie bianche una di fronte all'altra e qualche spanna d'aria tra due visi che si scrutano.
Aria riempita piano di parole. Un fiume. A volte in piena, altre in secca.

Devo sentirne tante di cose.

Per ora, ho capito d'avere una "testa ingombrante".

E ti pareva (con 'sti capelli).

domenica 31 marzo 2013

C: the Celebration

Non abbiamo smesso di credere. Oggi ci spiace ricordare come, da qualche anno ormai, la Liturgia abbia perso per noi significato. Apparati e parole altisonanti ci scivolano addosso. Non ne andiamo fiere. Pero' il pensiero di Lui che aggrega le folle davanti al mare in burrasca, toccando e baciando, soffrendo, peregrinando, sporcandosi il volto, spezzando il pane con le mani polversose, mi lascia una dolcezza che non trovo sugli altari immacolati. Nel verbo latino. Non lo trovo piu' nelle fiammelle tremule di candele candide. In strada. Nel buio. Tra cocci rotti. Nell'illuminazione della mente. Lo squarcio di cielo dopo il diluvio. Mi accontento, ora, di sentirlo li'.

lunedì 25 marzo 2013

Berlin Alexanderplatz: una (lunga lunga) storia

Ergo, mettiamoci comodi.
Perché le cose pregnanti vanno fatte (e dette) come si deve.
O quantomeno il mio guizzo analitico è allo sbaraglio, e serve anche.
Ah, la Semantica come cura...

Parliamo di viaggi/fuga - Lei è già stanca, rintanata in un letto/cuccia: sa già tutto ed ha solo voglia di un sonno da regressione -, di quelli che non sono la sola a fare e non c'è vergona a dichiararlo.
Un viaggio "nato male", con una coppia che si lascia, un Cicerone che dà (nolente) buca, un'influenza sotterranea che era meglio esplodesse in febbre invece che consumare le viscere.
Ma si parte.
Si DEVE partire.

Così chiudo a due mandate di porta blindata i "perché mai", gli "oh mio dio" e una buona dose d'insistenti "chissà chissà chissà".
Poco importa che, aprendo l'uscio, siano già qui con me: questa è un'altra storia (scritta ad uopo per i divoratori di cervello), e viene dopo*.
Inforco l'airbus stringendo ben bene le terga, con ampi respiri, ed atterro nella patria del Muro, Berlino.

Come un presagio, refoli d'aria a -10°, con qualche fiocco di neve gelata, circondano la città e la svelano nella sua natura più profonda: altro che capitale più cool d'Europa, qui siamo ai tempi della Cortina di Ferro, il cemento emerge a brandelli nella sua sfumatura madre ricordando certi film sui lager che colpiscono allo stomaco (e il mio è già provato).
La notte sogno intrecci funesti all'ululare di Eolo.

Ne approfitto per stringermi a Lui, e l'intesa affiatata - "sì sì sì, questa è la tua anima gemella, amica, tienitela stretta", vociferava all the time sulle note tematiche di Zoo Station Lei - scalda. Tanto che l'indomani spunta il sole. Non arroventa, io arranco, ma la prospettiva cambia tono.
Si dibatte su una scala di grigio tra il tortora e l'acciarino.

Quando il wc ci abbandona (sgorgando acqua e feci peggio che nei gironi danteschi), la buttiamo sul ridere.
Come due comici tristi che si danno forti pacche sulle spalle per ricordarsi che sentono ancora qualcosa.
Dura un attimo.
Perché propongo del comfort food, e si guadagnano dei bei punti in questa (magra) tabella di marcia.

Nella pancia fiorisce un sorriso, nella testa la conclusione che no, i berlinesi e l'organizzazione museale sono due cose diverse. Avranno pure 51 musei (e vedere quel busto sopraffino, forse valeva il biglietto), però vagare a vuoto non piace a nessuno.
Specialmente se per chiedere indicazioni ci si deve affidare alla proverbiale accoglienza germanica (sostengo sia una questione di lingua: inceppata come un tagliaerba a fasce rotanti, non promette proprio bene).

Varcata la porta degli elefanti si entra in un mondo che trasuda ancora l'opulenza di un passato in cui la grandeur primeggiava. Far concorrenza a Linneo era infatti d'obbligo.
Lo zoo di Berlino mi è comunque piaciuto molto più sulle pagine di Christiane F.: lì stava lo "sballo" vero, anche se scimmie, leoni, elefani e ghepardi parevano essersi fatti anche loro un brutto trip (inequivocabili i segni di una cattività abbrutente).
Quando una piccina s'è avvicinata al vetro dei primati, e un enorme orangutan le è andato incontro, bussando sul plexiglass, tra risa lazzi e frizzi io sono dovuta uscire asciugandomi le guance (riaffermando così che sì, "c'è del marcio in Edonista").



Ingollo qualche altro palloccozzo di paracetamolo, e torno ad affidarmi alla maestrìa di un pilota il cui motto è there's no better way to fly.
(Ri)leggo d'un fiato L'inventore dei sogni, ignorando Lui che avvista le note a pié di pagina (far mente locale: concentrarsi). Me ne frego e torno bambina.
Noto un uovo (sodo? fresco? di gallina?) abbandonato su un sedile. Sta lì, solo. Seduto comodo comodo. Nessuno fa una piega. Io m'interrogo. E quanto, dopo ore, un inserviente lo getta via, impassibile, mi dispiaccio assai.

A bordo, quel pezzo di brie gelato mi sembra la cosa più gustosa del mondo. Gratta sulla gola affranta, ma rimette in vita.
Anche se qualcosa, ahimè, già si muove*.
La porta di casa è ancora lontana, sarà chiusa a chiave, ma quei pensieri cazzuti han trovato la via, e iniziano a muoversi tra le mie sinapsi come vermi del formaggio.

Cazzo ha da sorridere così questa hostess?
Che poi quando distogli lo sguardo ti fà la smorfia di sottecchi?
Che lavoro di merda è il suo, a conti fatti?
E questi qui dietro, così brutti e (pare) così felici? Hanno già due figli e aspettano pure il terzo..?
Ma perché penso queste cose cattive?
Perché anche la tettona dal corpo destrutturato, qui a fianco, mi sembra più fascinosa di me?
E' questo che intendeva Sartre contemplando i propri dettagli anatomici?
Come mai quasi quasi spacco la testa al milanese doc - bitorzoluto e forforoso - in parapetto?
Voglia di cianuro?

Stendo a ripetizione lavatrici su lavatrici, per togliere dalle fibre di lana l'odore persistente e acidulo di crauti e currywurst, e dall'anima questi sentori pesanti.
Pur restando un'indefessa reincarnazione della premenstrual syndrome, cerco la mia sintetica via di fuga dall'Io.

No, non è un altro viaggio.
Nessuna (lunga lunga) storia all'orizzonte.
M'acquatto soltanto dietro l'angolo, e tendo un agguato al blues.

mercoledì 20 marzo 2013

A, l'Amicizia

Ama te stesso, poi gli altri.
Ama ama ama.
(Mangia e prega, prima, se ti viene - grazie Mrs Gilbert, thank you Julia -)
Questo è l'ultimo imperativo categorico, reso ancor più trasgressivo perché passato - non proprio direttamente - dalla bocca di Gesù Cristo alla smorfia di Lady Gaga.

In attesa della primavera, qui si pensa all'amore più complesso, più simbiotico e duraturo che possa esistere.
Anche se ora Lei gongola davanti ad una barretta di cioccolato fondente al 99.9%, io riesumo il catalogo Amicizia.
Quel faldone polveroso che s'ingrossa e s'assottiglia con il tempo.
Come le nostre vene man mano che invecchiamo.
Come l'amore, appunto.

Precoce in tutto, fin da subito ho capito che il detto "amici-amici, amici un caxxo" era vero. Ma non per questo, quando ancora i peli sotto le ascelle erano roba "da vecchi", ho smesso di crederci.
Ricordo, anzi, d'aver tiranneggiato, ai famosi "tempi delle mele" una biondina afona riducendola praticamente in schiavitù, col solo pegno d'esserle amica.
(Beh, che esempio felicemente contraddittorio...)

Comunque.
Amica di tutti e di nessuno.
Nell'accezione più profonda.

Sono la classica irriducibile che scorta la vecchietta sconosciuta dal supermarket a casa, causa neve.
La porgi-kleenex sui treni dell'esistenza di giovani giumente mestruate.
La spalla scalcagnata sulla quale inerpicarsi per scorgere un orizzone un po' più blu.

Per il resto, fatti miei.

Duuuura la vita, così
Ulula Lei, allacciandosi un corsetto di liquerizia come solo una contorsionista ucraina sa fare.

Invece no.
Ebbene un filo sì.
Però.
Ma.

Insomma, le circostanze han calcato la mano, certo - come creare fiducia e legami stabili con la valigia perennemente attaccata al polso? -, nonostante il germe dell'autosufficienza germogliasse in me già ad ogni succiata di quel latte di soia che mi crebbe.

La solitudine, così erranti, la si sente.
A tratti, però.
Ed il suo sapore è agrodolce.
Neanche a dirlo, uno dei miei preferiti.

Allora succede che, quando si cala l'àncora (e la valigia diventa solo sinonimo di vacanza, mica d'espatrio), la gente ti guardi come un alieno.
Perché le tue radici non sono profonde, e attecchiscono ovunque.
Perché sai stare al tuo posto, senza fare troppe domande.
Perché ti va bene tutto, e il contrario di tutto.
E dal menù non scarti nulla: quel che passa il convento è cosa buona e giusta.

Certo che sei strana
Mormorano gli occhietti a lisca di pesce
Non ti vesti come noi, non vai dove andiamo noi
Gesticolano mani nervose
Parli con tutti, poi pigli la tua via per conto tuo
Sillabano piedi piatti

Massì.
Sono così.
Un'ostrica che si schiude appena, mostra la perla e poi la sotterra.
Giusto un brillìo, non mi sciupate.
Ché a volte mi sono affezionata troppo, per troppo poco.
Ché gli spiriti affini sono come le cornucopie: promettono tesori e abbondanze a portata di sfregamento.

Invece son cose rare, come il raggio verde di un tramonto ischitano: il sole va a morire, le cicale si zittiscono.

giovedì 14 marzo 2013

Tutto ha una fine, nulla ha un inizio

Ho giocato al Lotto i numeri del profetico sogno.
Solo due, eh, perché essere parchi è sostanziale.
E perché, in fondo, chi ci crede davvero a quel pallottoliere lì?

Me ne torno a casa con qualche pezzo da cinquanta.
E la vista appannata dal sapere che, se allungavo le altre due cifre, a quest'ora non sarei qui a sentire il freddo nelle ossa.

Ma è così che va, e che deve andare.

Lei si gingilla con i miei fermagli.
E' contenta che da oggi non mi servono più: la chioma s'è sfrondata. E come un pruno potato a dovere ho ricominciato a respirare.

Questa Sematica mi contamina, s'evolve.
Certi giorni tutto è a fuoco, trabocca significato. Altri, il gesto più pregno viene calciato via come una lattina vuota.
E vanno bene entrambi, si completano, condensano, ruotano appalla come i maledetti Yin & Yang.

Guardo le ciocche scomporsi, cadere giù, scoprire le orecchie e pallidi tratti di volto.
Cammino ad un palmo da terra, scaldandomi le estremità con la forza del pensiero.

Ogni cosa nasce e muore adesso
Tutto ha una fine, nulla ha un inizio

'Fanculo a tutto il resto.

sabato 9 marzo 2013

lo Zodiaco, Zarathustra (e l'iperuranio intero)

Sabato mattina. Alzate da poco.
Mordicchiamo una sfogliatella ripiena di amarene, ripensando al folto delirio onirico che, anche stanotte, ci ha sedotte.

Non conto più le albe accolte ad occhi sbarrati, increduli, persa a massaggiarmi la mascella e riappropriarmi del contesto che mi circonda.
Sebbene abbia i piedi tenuti al caldo da un paio di zampe più grosse, e possa fregiarmi di un sottofondo acustico di tutto rispetto (ronf-ronf-ronf...RONF ), nei labirinti della notte smetto i panni consueti e mi tuffo in flirt-aggi molesti.
Pare con chicchessia. A volte scorgo un volto noto, prestato dai tubi catodici (uno scienziato forense tagliato a spazzola, denti sbiancati sguainati all night long). Più spesso sono figuranti della mia adolescenza, muti e impacciati.

Mentre mi apparto negli angoli più bui della mia coscienza - che coincide con settings sempre più impervi e sfocati -, con l'unico conforto di una mano agognante stretta alla mia, si sfogano tutti i cliché della teen perfetta. 
Via agli sguardi languidi, alle carezze sulla nuca, i mormorii ad occhi bassi, fino alla tensione pre bacio, che spesso rimane tale e sfocia in un salto a piè pari sul materasso. 

Lei non fa che ridere.
So che mi prende per i fondelli.
Sono ad un passo dai trenta, e degli anni Novanta mantengo solo il dispiacere di una pelle capricciosa (alla quale urlo sovente "fottuta, fottutissima te, e la tua acne... ci vedremo all'inferno!", spaventando il consorte mentre si deterge gli incisivi).

Ma la risposta a tutto questo (forse) arriva in un secondo tempo.
Ora di riappoggiare la guancia al cuscino e sono sommersa dall'acqua.
Sempre e solo acqua. In tutte le sue forme.
Limpida e torbida, di mare o di piscina, amica o perigliosa.

Stanotte, cercando riparo su una nave poco stabile - onde grosse dagli oblò smossi -, son corsa in poppa, solo per constatare che era occupata da una libreria immane.
Al posto di (prevedibili) libri, una collezione di funghi giganti.

Sentendomi la seguace di un'antica religio, arcana e un po' mistica, con la febbricitante angoscia di chi s'appresta ogni mattina a leggere il proprio futuro negli strascichi quotidiani dei segni zodiacali, ho consultato cabale e lor parenti stretti.

Insomma, non c'è dibattito. Scritto a lettere nitide, chiaro come il sole: devo dar retta al mio inconscio (l'acqua), che in tutti i modi m'intima di lasciar andare le speculazioni, la spiritualità, il raziocigno, l'autocontrollo e via dicendo. Istinto puro, quello devo essere.
E tirar fuori la mia creatività (i funghi) sopita (in libreria, senza radici alla terra).

Sfoglia iraconda l'elenco telefonico, ben sapendo che è solo un cimelio. Salta su e giù, le mani nei capelli. Scosta le tende, scruta la via.
Che Lei sia diventata pazza? Ne ho abbastanza dei miei grattacapi, di questa pruderie che (così parlò Zarathustra) mi soffoca.

Ma che fai, perdio, se è lecito saperlo?

Svegliati, babbiona. Hai sentito cosa sussurra l'iperuranio? Devi darti una scossa, devi trovarlo!

Sì, va bene.
Ma chi me lo procura, George Coleman Eads III, in un tardo sabato mattina di provincia lombarda?

martedì 5 marzo 2013

V: il Verdetto

Chi parla del tempo spesso lo fa per perdere o prendere Tempo.
A noi invece il tempo - quello climatico - parla, e suggerisce sempre lo spunto per piantare i piedi o iniziare una corsa a perdifiato.

Oggi (cielo color panna, nuvole acide e muschio da presepe), Lei mi si è accostata allo specchio con gli occhi bendati. Poi, con un gesto fluido, ha tolto la pezza facendo brillare le iridi.

Così, come in un'illuminazione che si rispetti, abbiamo raggiunto il Verdetto.

E' solo un caso che ieri abbia parlato di Baba Yaga? Che tutto d'un colpo la signora Estés sia balzata fuori dal comodino?

Quando un desiderio inizia a procurare dolore, a far arretrare, fino allo sbandamento, è ora di farci i conti.
Ho capito che tutto ciò che stavo operando non era altro che sguazzare nell'immobilità. Sostituire un vuoto con una voragine. Mettermi in pausa un attimo per premere uno stand by senza requie.

Mesi e mesi di "pieghe" ed orecchie basse, di ridimensionamenti nelle ambizioni e nelle possibilità.
Il principio del non attaccamento, per me, sta diventando una pericolosa palude nella quale, se non bisogna affezionarsi a nulla, per cosa vale la pena affezionarsi.

"Una prospettiva più alta, lontana dal transeunte, serve per rinascere e non per ripiegarsi. Per fiorire, non per nascondersi".
Oggi Lei ha parlato forte, ha trovato voce.
C'è di che festeggiare.

Può far male afferrare la propria situazione.
Vedere a chiare lettere chi e cosa stia tirando i fili della propria esistenza.

Qualche stronzo millantatore, i famigliari con le loro (velate) attese, un compagno sintonizzato altrove.
Il contesto, la società, il sistema: tutti col proprio metro di paragone, a far sudare i centimetri addosso.

Scoprire i miei fili mi ha fatto respirare a fondo.
Soprattutto perché il burattinaio sono io, tutto il resto una comparsa senza senso e con poco carattere.

Perché ho voluto sottrarmi al confronto, retrarre gli artigli? Perché ho zittito i pensieri buoni, mentendo a me stessa?
Perché mi sono accontentata dell'inaccettabile, di diventare altro da me?
Perché ho dato spazio all'antica, insensata Paura? 

Ora è questione di girare la canoa e iniziare a remare controcorrente.
Sono esile, ed il rinculo è forte.

Ma anni di tabule rase han creato muscoli densi e sodi sottopelle.


Autobiografia in cinque corti capitoli
di Portia Nelson
I
Cammino lungo una strada.
C'è una buca profonda nel marciapiede.
Ci casco dentro.

Sono perduta... Sono disperata.
Non è colpa mia.
Ci metto una vita per trovare una via di uscita.
II
Cammino lungo la stessa strada.
C'è una buca profonda nel marciapiede.
Faccio finta di non vederla.
Ci casco dentro ancora.
Non posso credere di essere ancora nello stesso posto.
Ma non è colpa mia.
Mi ci vuole ancora un sacco di tempo per uscirne. 
III
Cammino lungo la stessa strada.
C'è una buca profonda nel marciapiede.
La vedo benissimo.
Ci casco dentro di nuovo... è un'abitudine.
I miei occhi sono aperti:
So dove sono.
E' colpa mia.
Ne esco immediatamente. 
IV
Cammino lungo la stessa strada.
C'è una buca profonda nel marciapiede.
Ci passo intorno.
V
Cammino per un'altra strada.

giovedì 28 febbraio 2013

U come Ultimatum

C'è chi nasce per darsi tempo, spazio, per dilazionare, espandersi, vagolare a casaccio, camminando al ritmo di una samba stralunata.
Costoro, se ti pestano i piedi, si voltano e ti sorridono, senza chiederti scusa, perché non importa, sono già altrove, trascinati dal movimento pelvico di una pseudo Aquarela do Brasil.

Queste persone a tratti le detesto, a tratti le invidio.
Se ci cozzo contro, passo il resto della giornata in trance, oscillando tra il rammarico postumo di non averle mandate a quel paese e il desiderio totalizzante di scoprire il loro più intimo segreto: come fare a non essere mai presenti a sé stessi.

Sono mine vaganti.
Ma quanti di noi, a volte, non vorrebbero essere un pacifico kamikaze?

Ora Lei mi tira per la manica, e capisco che s'incazza.
"Ma come - mima - è una vita che leggi Krishnamurti, che cerchi la Via, che piangi con Siddharta e compagnia, e adesso invidi questo gregge?". Potesse parlare a chiara voce m'urlerebbe addosso.
"Looser di merda". Sì, potrebbero benissimo essere le sue parole. In sottofondo, So Cruel. Altro che perepè-perepè col tanga zebrato.

Queste persone scanzonate sono quelle che, quando gli capita qualcosa di brutto, gli cade il mondo addosso.
E' una tragedia incolmabile, la loro.
Le tipiche nenie funebri salentine son niente in confronto.
Ma dura giusto un attimo.

Perepè-perepè

E' un trenino, questo, al quale non riesco ad accodarmi.
Troppo sincera con me stessa, troppo fessa, troppo Vergine.
Vivo di ultimatum interiori. Fuori uno, dentro l'altro. Perfezionista maledetta della mia etica.

La mia Semantica Mistica.

martedì 19 febbraio 2013

di Time-line e Tapis roulant

Le siepi che cingono le villette ingialliscono ancora. I vecchi escono di casa guardando il cielo qualche secondo in più, cabalando qualcosa tra sé e sé.

Le giornate s’allungano imperterrite, lasciandoci la speranza di una primavera all’orizzonte: la promessa di un dolce a fine pasto.
Abbiamo mangiato i nostri broccoli, ora ci spetta una generosa porzione di tarte tatin.

La mente scavalca tutto, delirante, e con uno zompo migra all’estate, ai gelati che rinfrancano l’ugola riarsa, alla pelle esposta al sole cocente, ai piedi scalzi che non sentono freddo. Perché lei vive a sprazzi nel presente, segue una propria timeline, se ne frega delle stagioni e non di rado le subisce.

È Lei l’esempio della mia duplicità, del complesso tra l’essere e il non essere, del volere e del dovere. Scopro qualche capello bianco, il fiato più corto, l’arguzia nel riconoscere il prossimo: segni inequivocabili che la freccia della mia esistenza punta a destra, mira dritto, va avanti e colleziona esperienze.
La sua pulsa dell’ardore di un 1998 troppo esclusivo, in cui i seni erano già spuntati ma l’interesse stava catalizzato fuori di sé: un’audiocassetta coi fili straripanti, fouseaux come se piovesse, labbra color ramarro, palpiti alla Prévert per Zack Morris.
 
Alla soglia dei trenta il tapis roulant della mia vita è incostante, e quando spinge al massimo mi attacco alla sbarra e guardo indietro. La trovo seduta a gambe incrociate, e solo dallo sguardo capisco che quella non sono più io; la mia sclera è segnata da astute venuzze, a ricordarmi cos’ho visto per strada, le vie disabitate, nuovi stupori.
Lei deve ancora sgranarli, gli occhi, nel bene e nel male, ma sa ancora parlare dritto al cuore (alla faccia del fanciullino). Lo fa con le mani, una rapper improvvisata.
Ultimamente le alza al cielo. “Che ci vuoi fare, porta pazienza”.