lunedì 28 novembre 2022

Anacoreta

Il primo "figlio di puttana" l'ho imprecato davanti a un cardellino. 

In gabbia, in taverna, ci giocavo dopo averlo visto nella distanza resuscitare per giorni da una caduta altissima, grazie alle cure del nonno. Finalmente mi ci potevo avvicinare, terminato il suo coma pigolante. Gli feci male per sbaglio, per errore l'ammazzai, già fragile già precario. 

La sorella mi denunziò subito, a urlate, da un piano all'altro la sua voce ammanettava, nel disgusto; mentre ancora sorbivo il personale orrore della faccenda. 

Immota. Spaventata. "Figlio di puttana!" le sputai, col favore di renderle la mascolinità che nel mondo avrebbe giovato a noi tutte.

Poi divenni anacoreta. Dal sotto del tavolaccio, nascondiglio precario, passai al giardino e da lì al bosco. Furono mezze ore di coraggio e paura, cogliendo marroni inventando sopravvivenze: tornare significava mostrare quella colpa omicida, risentire il tonfo mortale della bestiola sul cartone della voliera dove le notizie del giorno, stropicciate, raccoglievano gli scarti liquidi degl'intestini.

Fu il nonno a ripescarmi, un'altra cella in mano un'altra missione, recuperar lumache. Nulla sapeva eppure mi consolò da una pena che, evidente, arrossava il volto. Nella sua mano affondai il mento e mi perdonai. 

mercoledì 14 settembre 2022

Zircone

Finito il compleanno, è appena sera - quindi fa notte per me che addormo Antonio (sempre) come fosse il cobra da esibire attorno al collo: Orfei ad Orfeo. 

Finito, e sento il loro odore. 

Non solo i profumi: Paris d'Yves Saint Laurent, Fresco Victor, Pino Silvestre. 

Soprattutto, il burro fuso, l'acquaragia, il solfato di rame.

Fisso il soffitto senza plafond e dall'alto di un cielo coperto dai coppi grondano, su molecole olfattive; scendono, uguali ai brillantini di quelle bombe acriliche alla discoteca. 


"Ciao nonni". Penso, dico. 

Inghiotto una lacrima che è zircone. Si conficca nella balera della mia gola, dell'orecchio dove tutti insieme ora cantano col battimani "ciandì ciandì  ciandì". 

giovedì 18 agosto 2022

Vibrato

Se penso alla pioggia penso a un utero di vacca che prepotente si svuota. 


Sono cinque settimane che non vedo la città, mi sento parte di un diaframma alpino che emette un vibrato costante. 


Anche gli uomini fanno le fusa. 

Quelli all'appartamento 40 guardano la Rai al volume del cinema carcerario - e io fuso. 

Il piccolissimo m'appanna un'ascella col suo alito al basilico. Il piccolo russa i polmoni tra gadget messicani a forma d'acaro, di sanguisuga. 


Le ultime battute prima di accoppare l'estate.

Ce le giochiamo inconsapevoli, barando, esagerando l'amore. 

venerdì 8 luglio 2022

Uramaki

Luglio immobile sulla soglia delle cose nostre. 

Il giardino coi fichi grondanti, l'orto bruciato, la piscina di gomma piena di palette marine.

La casa che sa di pizza, tajine, gelato al pistacchio, pipì nel vasino arancione.

Gli affetti in partenza alle solite mete, e ci si saluta un po' sollevati un po' commossi, con il formicolio ai piedi vergognosi d'essere scoperti.


Luglio osserva la routine come una spia.

Mentre il tempo degli uramaki è già finito.

Li gustavamo con le mani sul porto canale, vagamente infelici di una vacanza che adesso appanna gli occhi.


Io sono la malinconia del presente, minuto per minuto.

Anche le tazze con la fibra dell'ananas, anche gli scontrini scarabocchiati, anche il dentifricio di marmo sbaffato sul lavabo.

Terrei tutto così, in fotografia: è lì a guardarmi e già mi manca.

Cos'è il domani e cosa vuole da noi.

(Dimmelo, luglio).

Agosto ha iniziato a ridere delle nostre cosce ignude; sa che metteremo la vignogna d'alta quota, ha avvisato il terrazzo con la rete bucata, il topolino famelico, il cioccolataio. 


domenica 12 giugno 2022

Trocadero

Sono famiglie arrabbiate, sciabattanti, quelle del Trocadero.

Un manovale, al sole delle quattordici, gratta via la terza stella dell'hotel, nella ferraglia e nell'odor di fritto. Gli fa quasi un favore, e loro, le famiglie, respirano grate quel pulviscolo rugginoso avendo lo sconto al cappuccino serale, causa declassamento.

I bambini nella brutta smorfia delle botte da insoddisfazione. Le mamme con la tinta sbagliata fatta nella vasca da bagno. I padri contenti del loro cazzo (ancora) gonfio come il ciuffo phonato sulla pelata. Stanno scegliendo se in serata sarà il risciò o il gelato, perché in cinque bisogna scegliere e già questa vacanza di nove giorni al Trocadero-frontemare è costata "un botto". E porteranno sul pianerottolo di casa le loro ustioni, le stimmate dei costumi cinesi, fieri.

Io curo ad Augmentin le placche in gola dei figli. Mi trascino randagia e demente tra vie senza marciapiedi, di erba e sabbia insieme, ancorando mani piccole, bollenti, superstiti. 

Sembra di vivere a percezioni, nel caldo di un giugno infame, qualcosa di extraterrestre.

Tanto che vorrei essere nella stanza 26 del Trocadero, vista cucine. A bere una gazzosa bollente mentre sul comodino slametto malamente l'inguine; e lui, dal bidet del bagno cieco, urla con il labbro libero dalla sigaretta cencia che "no, figli manco se m'impicchi".