E' già giugno. Ed io mica me n'ero accorta.
Strappo via le pagine arretrate del calendario, poggiato sbilenco sulla scrivania, e capisco che la sua posizione orizzontale è già un indizio concreto del mio "tempo sospeso". Un tempo lasco, da guardare in tralice e lasciar scadere sotto pile di cd e libri di terza mano.
Mi sento un po' Chuck Noland e un po' Jack Lucas. Un misto tra naufrago e clochard, insomma, ancorato a certezze provvisorie con mani livide su cui spicca, nocca dopo nocca, un hold fast indelebile.
Attorno si parla di vacanze, ombrelloni e doposole, incastri aerei, cellulite e trikini.
Mentre io il mare me lo porto dentro. Con la faccia incazzata di un Dentice qualunque, che senz'acqua sta peggio del solito.
Ma non si lamenta troppo. Perché non pensa ad altro che al suo muso gaglioffo. Incerto tra l'amarezza di trovarsi brutto e l'incaponimento nel discrearsi un po' di più, per godersi l'eremitaggio.
Comunque, per sicurezza, mi tengo lontano da Silvia Plath - periplo incosciente di un cast away -.
E tento di portarmi al passo, un'orma alla volta: stasera cotechino e taragna. Ché il dentex-dentex gourmand sta ancora digerendo el panetùn.