La sensazione
nel viaggiare da sola, in auto, con lo stereo che fa tremare gli specchietti
retrovisori.
Pensare a
niente, pensare a tutto.
Passare dal
riso al pianto con la velocità tonale di un’isteria.
Completamente
fluida nei movimenti impropri di un rally tangenziale.
Con l’etichetta
della t-shirt al contrario che gratta la gola, i capelli in piedi, gli occhiali
da sole della nonna (tartarugati, stinti) a tenere insieme l’impalcatura di un’esistenza
sghemba.
Infatti,
tolti, oscillo in una nudità spaventevole. «Chi sono, cosa faccio e perché». Le
domande classiche, senza risposta, alle quali ho smozzicato il punto
interrogativo, ché avevo fame.
Accade
sempre, quando ci si guarda negli occhi. I propri. Accade, intendo, il
chiedersi qualcosa nell’intento di un riconoscimento qualsiasi.
C’è chi non
lo fa mai. Io invece gli parlo, alle mie sclere blu. Ferma al semaforo di piazzale
Arnaldo, «lento, come la melassa». Mi mando affanculo tantissimo.
Ma di una
cosa sono contenta.
Di non aver
levato la «P» dal lunotto posteriore.
Perché
resterò sempre una principiante, finché campo. Senza ambizioni, vie da seguire.
Senza niente.
E mi va bene così.