domenica 31 marzo 2013
C: the Celebration
Non abbiamo smesso di credere.
Oggi ci spiace ricordare come, da qualche anno ormai, la Liturgia abbia perso per noi significato.
Apparati e parole altisonanti ci scivolano addosso. Non ne andiamo fiere.
Pero' il pensiero di Lui che aggrega le folle davanti al mare in burrasca, toccando e baciando, soffrendo, peregrinando, sporcandosi il volto, spezzando il pane con le mani polversose, mi lascia una dolcezza che non trovo sugli altari immacolati. Nel verbo latino.
Non lo trovo piu' nelle fiammelle tremule di candele candide.
In strada.
Nel buio.
Tra cocci rotti.
Nell'illuminazione della mente.
Lo squarcio di cielo dopo il diluvio.
Mi accontento, ora, di sentirlo li'.
lunedì 25 marzo 2013
Berlin Alexanderplatz: una (lunga lunga) storia
Ergo, mettiamoci comodi.
Perché le cose pregnanti vanno fatte (e dette) come si deve.
O quantomeno il mio guizzo analitico è allo sbaraglio, e serve anche.
Ah, la Semantica come cura...
Parliamo di viaggi/fuga - Lei è già stanca, rintanata in un letto/cuccia: sa già tutto ed ha solo voglia di un sonno da regressione -, di quelli che non sono la sola a fare e non c'è vergona a dichiararlo.
Un viaggio "nato male", con una coppia che si lascia, un Cicerone che dà (nolente) buca, un'influenza sotterranea che era meglio esplodesse in febbre invece che consumare le viscere.
Ma si parte.
Si DEVE partire.
Così chiudo a due mandate di porta blindata i "perché mai", gli "oh mio dio" e una buona dose d'insistenti "chissà chissà chissà".
Poco importa che, aprendo l'uscio, siano già qui con me: questa è un'altra storia (scritta ad uopo per i divoratori di cervello), e viene dopo*.
Inforco l'airbus stringendo ben bene le terga, con ampi respiri, ed atterro nella patria del Muro, Berlino.
Come un presagio, refoli d'aria a -10°, con qualche fiocco di neve gelata, circondano la città e la svelano nella sua natura più profonda: altro che capitale più cool d'Europa, qui siamo ai tempi della Cortina di Ferro, il cemento emerge a brandelli nella sua sfumatura madre ricordando certi film sui lager che colpiscono allo stomaco (e il mio è già provato).
La notte sogno intrecci funesti all'ululare di Eolo.
Ne approfitto per stringermi a Lui, e l'intesa affiatata - "sì sì sì, questa è la tua anima gemella, amica, tienitela stretta", vociferava all the time sulle note tematiche di Zoo Station Lei - scalda. Tanto che l'indomani spunta il sole. Non arroventa, io arranco, ma la prospettiva cambia tono.
Si dibatte su una scala di grigio tra il tortora e l'acciarino.
Quando il wc ci abbandona (sgorgando acqua e feci peggio che nei gironi danteschi), la buttiamo sul ridere.
Come due comici tristi che si danno forti pacche sulle spalle per ricordarsi che sentono ancora qualcosa.
Dura un attimo.
Perché propongo del comfort food, e si guadagnano dei bei punti in questa (magra) tabella di marcia.
Nella pancia fiorisce un sorriso, nella testa la conclusione che no, i berlinesi e l'organizzazione museale sono due cose diverse. Avranno pure 51 musei (e vedere quel busto sopraffino, forse valeva il biglietto), però vagare a vuoto non piace a nessuno.
Specialmente se per chiedere indicazioni ci si deve affidare alla proverbiale accoglienza germanica (sostengo sia una questione di lingua: inceppata come un tagliaerba a fasce rotanti, non promette proprio bene).
Varcata la porta degli elefanti si entra in un mondo che trasuda ancora l'opulenza di un passato in cui la grandeur primeggiava. Far concorrenza a Linneo era infatti d'obbligo.
Lo zoo di Berlino mi è comunque piaciuto molto più sulle pagine di Christiane F.: lì stava lo "sballo" vero, anche se scimmie, leoni, elefani e ghepardi parevano essersi fatti anche loro un brutto trip (inequivocabili i segni di una cattività abbrutente).
Quando una piccina s'è avvicinata al vetro dei primati, e un enorme orangutan le è andato incontro, bussando sul plexiglass, tra risa lazzi e frizzi io sono dovuta uscire asciugandomi le guance (riaffermando così che sì, "c'è del marcio in Edonista").
Ingollo qualche altro palloccozzo di paracetamolo, e torno ad affidarmi alla maestrìa di un pilota il cui motto è there's no better way to fly.
(Ri)leggo d'un fiato L'inventore dei sogni, ignorando Lui che avvista le note a pié di pagina (far mente locale: concentrarsi). Me ne frego e torno bambina.
Noto un uovo (sodo? fresco? di gallina?) abbandonato su un sedile. Sta lì, solo. Seduto comodo comodo. Nessuno fa una piega. Io m'interrogo. E quanto, dopo ore, un inserviente lo getta via, impassibile, mi dispiaccio assai.
A bordo, quel pezzo di brie gelato mi sembra la cosa più gustosa del mondo. Gratta sulla gola affranta, ma rimette in vita.
Anche se qualcosa, ahimè, già si muove*.
La porta di casa è ancora lontana, sarà chiusa a chiave, ma quei pensieri cazzuti han trovato la via, e iniziano a muoversi tra le mie sinapsi come vermi del formaggio.
Cazzo ha da sorridere così questa hostess?
Che poi quando distogli lo sguardo ti fà la smorfia di sottecchi?
Che lavoro di merda è il suo, a conti fatti?
E questi qui dietro, così brutti e (pare) così felici? Hanno già due figli e aspettano pure il terzo..?
Ma perché penso queste cose cattive?
Perché anche la tettona dal corpo destrutturato, qui a fianco, mi sembra più fascinosa di me?
E' questo che intendeva Sartre contemplando i propri dettagli anatomici?
Come mai quasi quasi spacco la testa al milanese doc - bitorzoluto e forforoso - in parapetto?
Voglia di cianuro?
Stendo a ripetizione lavatrici su lavatrici, per togliere dalle fibre di lana l'odore persistente e acidulo di crauti e currywurst, e dall'anima questi sentori pesanti.
Pur restando un'indefessa reincarnazione della premenstrual syndrome, cerco la mia sintetica via di fuga dall'Io.
No, non è un altro viaggio.
Nessuna (lunga lunga) storia all'orizzonte.
M'acquatto soltanto dietro l'angolo, e tendo un agguato al blues.
Perché le cose pregnanti vanno fatte (e dette) come si deve.
O quantomeno il mio guizzo analitico è allo sbaraglio, e serve anche.
Ah, la Semantica come cura...
Parliamo di viaggi/fuga - Lei è già stanca, rintanata in un letto/cuccia: sa già tutto ed ha solo voglia di un sonno da regressione -, di quelli che non sono la sola a fare e non c'è vergona a dichiararlo.
Un viaggio "nato male", con una coppia che si lascia, un Cicerone che dà (nolente) buca, un'influenza sotterranea che era meglio esplodesse in febbre invece che consumare le viscere.
Ma si parte.
Si DEVE partire.
Così chiudo a due mandate di porta blindata i "perché mai", gli "oh mio dio" e una buona dose d'insistenti "chissà chissà chissà".
Poco importa che, aprendo l'uscio, siano già qui con me: questa è un'altra storia (scritta ad uopo per i divoratori di cervello), e viene dopo*.
Inforco l'airbus stringendo ben bene le terga, con ampi respiri, ed atterro nella patria del Muro, Berlino.
Come un presagio, refoli d'aria a -10°, con qualche fiocco di neve gelata, circondano la città e la svelano nella sua natura più profonda: altro che capitale più cool d'Europa, qui siamo ai tempi della Cortina di Ferro, il cemento emerge a brandelli nella sua sfumatura madre ricordando certi film sui lager che colpiscono allo stomaco (e il mio è già provato).
La notte sogno intrecci funesti all'ululare di Eolo.
Ne approfitto per stringermi a Lui, e l'intesa affiatata - "sì sì sì, questa è la tua anima gemella, amica, tienitela stretta", vociferava all the time sulle note tematiche di Zoo Station Lei - scalda. Tanto che l'indomani spunta il sole. Non arroventa, io arranco, ma la prospettiva cambia tono.
Si dibatte su una scala di grigio tra il tortora e l'acciarino.
Quando il wc ci abbandona (sgorgando acqua e feci peggio che nei gironi danteschi), la buttiamo sul ridere.
Come due comici tristi che si danno forti pacche sulle spalle per ricordarsi che sentono ancora qualcosa.
Dura un attimo.
Perché propongo del comfort food, e si guadagnano dei bei punti in questa (magra) tabella di marcia.
Nella pancia fiorisce un sorriso, nella testa la conclusione che no, i berlinesi e l'organizzazione museale sono due cose diverse. Avranno pure 51 musei (e vedere quel busto sopraffino, forse valeva il biglietto), però vagare a vuoto non piace a nessuno.
Specialmente se per chiedere indicazioni ci si deve affidare alla proverbiale accoglienza germanica (sostengo sia una questione di lingua: inceppata come un tagliaerba a fasce rotanti, non promette proprio bene).
Varcata la porta degli elefanti si entra in un mondo che trasuda ancora l'opulenza di un passato in cui la grandeur primeggiava. Far concorrenza a Linneo era infatti d'obbligo.
Lo zoo di Berlino mi è comunque piaciuto molto più sulle pagine di Christiane F.: lì stava lo "sballo" vero, anche se scimmie, leoni, elefani e ghepardi parevano essersi fatti anche loro un brutto trip (inequivocabili i segni di una cattività abbrutente).
Quando una piccina s'è avvicinata al vetro dei primati, e un enorme orangutan le è andato incontro, bussando sul plexiglass, tra risa lazzi e frizzi io sono dovuta uscire asciugandomi le guance (riaffermando così che sì, "c'è del marcio in Edonista").
Ingollo qualche altro palloccozzo di paracetamolo, e torno ad affidarmi alla maestrìa di un pilota il cui motto è there's no better way to fly.
(Ri)leggo d'un fiato L'inventore dei sogni, ignorando Lui che avvista le note a pié di pagina (far mente locale: concentrarsi). Me ne frego e torno bambina.
Noto un uovo (sodo? fresco? di gallina?) abbandonato su un sedile. Sta lì, solo. Seduto comodo comodo. Nessuno fa una piega. Io m'interrogo. E quanto, dopo ore, un inserviente lo getta via, impassibile, mi dispiaccio assai.
A bordo, quel pezzo di brie gelato mi sembra la cosa più gustosa del mondo. Gratta sulla gola affranta, ma rimette in vita.
Anche se qualcosa, ahimè, già si muove*.
La porta di casa è ancora lontana, sarà chiusa a chiave, ma quei pensieri cazzuti han trovato la via, e iniziano a muoversi tra le mie sinapsi come vermi del formaggio.
Cazzo ha da sorridere così questa hostess?
Che poi quando distogli lo sguardo ti fà la smorfia di sottecchi?
Che lavoro di merda è il suo, a conti fatti?
E questi qui dietro, così brutti e (pare) così felici? Hanno già due figli e aspettano pure il terzo..?
Ma perché penso queste cose cattive?
Perché anche la tettona dal corpo destrutturato, qui a fianco, mi sembra più fascinosa di me?
E' questo che intendeva Sartre contemplando i propri dettagli anatomici?
Come mai quasi quasi spacco la testa al milanese doc - bitorzoluto e forforoso - in parapetto?
Voglia di cianuro?
Stendo a ripetizione lavatrici su lavatrici, per togliere dalle fibre di lana l'odore persistente e acidulo di crauti e currywurst, e dall'anima questi sentori pesanti.
Pur restando un'indefessa reincarnazione della premenstrual syndrome, cerco la mia sintetica via di fuga dall'Io.
No, non è un altro viaggio.
Nessuna (lunga lunga) storia all'orizzonte.
M'acquatto soltanto dietro l'angolo, e tendo un agguato al blues.
mercoledì 20 marzo 2013
A, l'Amicizia
Ama te stesso, poi gli altri.
Ama ama ama.
(Mangia e prega, prima, se ti viene - grazie Mrs Gilbert, thank you Julia -)
Questo è l'ultimo imperativo categorico, reso ancor più trasgressivo perché passato - non proprio direttamente - dalla bocca di Gesù Cristo alla smorfia di Lady Gaga.
In attesa della primavera, qui si pensa all'amore più complesso, più simbiotico e duraturo che possa esistere.
Anche se ora Lei gongola davanti ad una barretta di cioccolato fondente al 99.9%, io riesumo il catalogo Amicizia.
Quel faldone polveroso che s'ingrossa e s'assottiglia con il tempo.
Come le nostre vene man mano che invecchiamo.
Come l'amore, appunto.
Precoce in tutto, fin da subito ho capito che il detto "amici-amici, amici un caxxo" era vero. Ma non per questo, quando ancora i peli sotto le ascelle erano roba "da vecchi", ho smesso di crederci.
Ricordo, anzi, d'aver tiranneggiato, ai famosi "tempi delle mele" una biondina afona riducendola praticamente in schiavitù, col solo pegno d'esserle amica.
(Beh, che esempio felicemente contraddittorio...)
Comunque.
Amica di tutti e di nessuno.
Nell'accezione più profonda.
Sono la classica irriducibile che scorta la vecchietta sconosciuta dal supermarket a casa, causa neve.
La porgi-kleenex sui treni dell'esistenza di giovani giumente mestruate.
La spalla scalcagnata sulla quale inerpicarsi per scorgere un orizzone un po' più blu.
Per il resto, fatti miei.
Duuuura la vita, così
Ulula Lei, allacciandosi un corsetto di liquerizia come solo una contorsionista ucraina sa fare.
Invece no.
Ebbene un filo sì.
Però.
Ma.
Insomma, le circostanze han calcato la mano, certo - come creare fiducia e legami stabili con la valigia perennemente attaccata al polso? -, nonostante il germe dell'autosufficienza germogliasse in me già ad ogni succiata di quel latte di soia che mi crebbe.
La solitudine, così erranti, la si sente.
A tratti, però.
Ed il suo sapore è agrodolce.
Neanche a dirlo, uno dei miei preferiti.
Allora succede che, quando si cala l'àncora (e la valigia diventa solo sinonimo di vacanza, mica d'espatrio), la gente ti guardi come un alieno.
Perché le tue radici non sono profonde, e attecchiscono ovunque.
Perché sai stare al tuo posto, senza fare troppe domande.
Perché ti va bene tutto, e il contrario di tutto.
E dal menù non scarti nulla: quel che passa il convento è cosa buona e giusta.
Certo che sei strana
Mormorano gli occhietti a lisca di pesce
Non ti vesti come noi, non vai dove andiamo noi
Gesticolano mani nervose
Parli con tutti, poi pigli la tua via per conto tuo
Sillabano piedi piatti
Massì.
Sono così.
Un'ostrica che si schiude appena, mostra la perla e poi la sotterra.
Giusto un brillìo, non mi sciupate.
Ché a volte mi sono affezionata troppo, per troppo poco.
Ché gli spiriti affini sono come le cornucopie: promettono tesori e abbondanze a portata di sfregamento.
Invece son cose rare, come il raggio verde di un tramonto ischitano: il sole va a morire, le cicale si zittiscono.
Ama ama ama.
(Mangia e prega, prima, se ti viene - grazie Mrs Gilbert, thank you Julia -)
Questo è l'ultimo imperativo categorico, reso ancor più trasgressivo perché passato - non proprio direttamente - dalla bocca di Gesù Cristo alla smorfia di Lady Gaga.
In attesa della primavera, qui si pensa all'amore più complesso, più simbiotico e duraturo che possa esistere.
Anche se ora Lei gongola davanti ad una barretta di cioccolato fondente al 99.9%, io riesumo il catalogo Amicizia.
Quel faldone polveroso che s'ingrossa e s'assottiglia con il tempo.
Come le nostre vene man mano che invecchiamo.
Come l'amore, appunto.
Precoce in tutto, fin da subito ho capito che il detto "amici-amici, amici un caxxo" era vero. Ma non per questo, quando ancora i peli sotto le ascelle erano roba "da vecchi", ho smesso di crederci.
Ricordo, anzi, d'aver tiranneggiato, ai famosi "tempi delle mele" una biondina afona riducendola praticamente in schiavitù, col solo pegno d'esserle amica.
(Beh, che esempio felicemente contraddittorio...)
Comunque.
Amica di tutti e di nessuno.
Nell'accezione più profonda.
Sono la classica irriducibile che scorta la vecchietta sconosciuta dal supermarket a casa, causa neve.
La porgi-kleenex sui treni dell'esistenza di giovani giumente mestruate.
La spalla scalcagnata sulla quale inerpicarsi per scorgere un orizzone un po' più blu.
Per il resto, fatti miei.
Duuuura la vita, così
Ulula Lei, allacciandosi un corsetto di liquerizia come solo una contorsionista ucraina sa fare.
Invece no.
Ebbene un filo sì.
Però.
Ma.
Insomma, le circostanze han calcato la mano, certo - come creare fiducia e legami stabili con la valigia perennemente attaccata al polso? -, nonostante il germe dell'autosufficienza germogliasse in me già ad ogni succiata di quel latte di soia che mi crebbe.
La solitudine, così erranti, la si sente.
A tratti, però.
Ed il suo sapore è agrodolce.
Neanche a dirlo, uno dei miei preferiti.
Allora succede che, quando si cala l'àncora (e la valigia diventa solo sinonimo di vacanza, mica d'espatrio), la gente ti guardi come un alieno.
Perché le tue radici non sono profonde, e attecchiscono ovunque.
Perché sai stare al tuo posto, senza fare troppe domande.
Perché ti va bene tutto, e il contrario di tutto.
E dal menù non scarti nulla: quel che passa il convento è cosa buona e giusta.
Certo che sei strana
Mormorano gli occhietti a lisca di pesce
Non ti vesti come noi, non vai dove andiamo noi
Gesticolano mani nervose
Parli con tutti, poi pigli la tua via per conto tuo
Sillabano piedi piatti
Massì.
Sono così.
Un'ostrica che si schiude appena, mostra la perla e poi la sotterra.
Giusto un brillìo, non mi sciupate.
Ché a volte mi sono affezionata troppo, per troppo poco.
Ché gli spiriti affini sono come le cornucopie: promettono tesori e abbondanze a portata di sfregamento.
Invece son cose rare, come il raggio verde di un tramonto ischitano: il sole va a morire, le cicale si zittiscono.
giovedì 14 marzo 2013
Tutto ha una fine, nulla ha un inizio
Ho giocato al Lotto i numeri del profetico sogno.
Solo due, eh, perché essere parchi è sostanziale.
E perché, in fondo, chi ci crede davvero a quel pallottoliere lì?
Me ne torno a casa con qualche pezzo da cinquanta.
E la vista appannata dal sapere che, se allungavo le altre due cifre, a quest'ora non sarei qui a sentire il freddo nelle ossa.
Ma è così che va, e che deve andare.
Lei si gingilla con i miei fermagli.
E' contenta che da oggi non mi servono più: la chioma s'è sfrondata. E come un pruno potato a dovere ho ricominciato a respirare.
Questa Sematica mi contamina, s'evolve.
Certi giorni tutto è a fuoco, trabocca significato. Altri, il gesto più pregno viene calciato via come una lattina vuota.
E vanno bene entrambi, si completano, condensano, ruotano appalla come i maledetti Yin & Yang.
Guardo le ciocche scomporsi, cadere giù, scoprire le orecchie e pallidi tratti di volto.
Cammino ad un palmo da terra, scaldandomi le estremità con la forza del pensiero.
Ogni cosa nasce e muore adesso
Tutto ha una fine, nulla ha un inizio
'Fanculo a tutto il resto.
Solo due, eh, perché essere parchi è sostanziale.
E perché, in fondo, chi ci crede davvero a quel pallottoliere lì?
Me ne torno a casa con qualche pezzo da cinquanta.
E la vista appannata dal sapere che, se allungavo le altre due cifre, a quest'ora non sarei qui a sentire il freddo nelle ossa.
Ma è così che va, e che deve andare.
Lei si gingilla con i miei fermagli.
E' contenta che da oggi non mi servono più: la chioma s'è sfrondata. E come un pruno potato a dovere ho ricominciato a respirare.
Questa Sematica mi contamina, s'evolve.
Certi giorni tutto è a fuoco, trabocca significato. Altri, il gesto più pregno viene calciato via come una lattina vuota.
E vanno bene entrambi, si completano, condensano, ruotano appalla come i maledetti Yin & Yang.
Guardo le ciocche scomporsi, cadere giù, scoprire le orecchie e pallidi tratti di volto.
Cammino ad un palmo da terra, scaldandomi le estremità con la forza del pensiero.
Ogni cosa nasce e muore adesso
Tutto ha una fine, nulla ha un inizio
'Fanculo a tutto il resto.
sabato 9 marzo 2013
lo Zodiaco, Zarathustra (e l'iperuranio intero)
Sabato mattina. Alzate da poco.
Mordicchiamo una sfogliatella ripiena di amarene, ripensando al folto delirio onirico che, anche stanotte, ci ha sedotte.
Non conto più le albe accolte ad occhi sbarrati, increduli, persa a massaggiarmi la mascella e riappropriarmi del contesto che mi circonda.
Sebbene abbia i piedi tenuti al caldo da un paio di zampe più grosse, e possa fregiarmi di un sottofondo acustico di tutto rispetto (ronf-ronf-ronf...RONF ), nei labirinti della notte smetto i panni consueti e mi tuffo in flirt-aggi molesti.
Pare con chicchessia. A volte scorgo un volto noto, prestato dai tubi catodici (uno scienziato forense tagliato a spazzola, denti sbiancati sguainati all night long). Più spesso sono figuranti della mia adolescenza, muti e impacciati.
Mentre mi apparto negli angoli più bui della mia coscienza - che coincide con settings sempre più impervi e sfocati -, con l'unico conforto di una mano agognante stretta alla mia, si sfogano tutti i cliché della teen perfetta.
Via agli sguardi languidi, alle carezze sulla nuca, i mormorii ad occhi bassi, fino alla tensione pre bacio, che spesso rimane tale e sfocia in un salto a piè pari sul materasso.
Lei non fa che ridere.
So che mi prende per i fondelli.
Sono ad un passo dai trenta, e degli anni Novanta mantengo solo il dispiacere di una pelle capricciosa (alla quale urlo sovente "fottuta, fottutissima te, e la tua acne... ci vedremo all'inferno!", spaventando il consorte mentre si deterge gli incisivi).
Ma la risposta a tutto questo (forse) arriva in un secondo tempo.
Ora di riappoggiare la guancia al cuscino e sono sommersa dall'acqua.
Sempre e solo acqua. In tutte le sue forme.
Limpida e torbida, di mare o di piscina, amica o perigliosa.
Stanotte, cercando riparo su una nave poco stabile - onde grosse dagli oblò smossi -, son corsa in poppa, solo per constatare che era occupata da una libreria immane.
Al posto di (prevedibili) libri, una collezione di funghi giganti.
Sentendomi la seguace di un'antica religio, arcana e un po' mistica, con la febbricitante angoscia di chi s'appresta ogni mattina a leggere il proprio futuro negli strascichi quotidiani dei segni zodiacali, ho consultato cabale e lor parenti stretti.
Insomma, non c'è dibattito. Scritto a lettere nitide, chiaro come il sole: devo dar retta al mio inconscio (l'acqua), che in tutti i modi m'intima di lasciar andare le speculazioni, la spiritualità, il raziocigno, l'autocontrollo e via dicendo. Istinto puro, quello devo essere.
E tirar fuori la mia creatività (i funghi) sopita (in libreria, senza radici alla terra).
Sfoglia iraconda l'elenco telefonico, ben sapendo che è solo un cimelio. Salta su e giù, le mani nei capelli. Scosta le tende, scruta la via.
Che Lei sia diventata pazza? Ne ho abbastanza dei miei grattacapi, di questa pruderie che (così parlò Zarathustra) mi soffoca.
Ma che fai, perdio, se è lecito saperlo?
Svegliati, babbiona. Hai sentito cosa sussurra l'iperuranio? Devi darti una scossa, devi trovarlo!
Sì, va bene.
Ma chi me lo procura, George Coleman Eads III, in un tardo sabato mattina di provincia lombarda?
Mordicchiamo una sfogliatella ripiena di amarene, ripensando al folto delirio onirico che, anche stanotte, ci ha sedotte.
Non conto più le albe accolte ad occhi sbarrati, increduli, persa a massaggiarmi la mascella e riappropriarmi del contesto che mi circonda.
Sebbene abbia i piedi tenuti al caldo da un paio di zampe più grosse, e possa fregiarmi di un sottofondo acustico di tutto rispetto (ronf-ronf-ronf...RONF ), nei labirinti della notte smetto i panni consueti e mi tuffo in flirt-aggi molesti.
Pare con chicchessia. A volte scorgo un volto noto, prestato dai tubi catodici (uno scienziato forense tagliato a spazzola, denti sbiancati sguainati all night long). Più spesso sono figuranti della mia adolescenza, muti e impacciati.
Mentre mi apparto negli angoli più bui della mia coscienza - che coincide con settings sempre più impervi e sfocati -, con l'unico conforto di una mano agognante stretta alla mia, si sfogano tutti i cliché della teen perfetta.
Via agli sguardi languidi, alle carezze sulla nuca, i mormorii ad occhi bassi, fino alla tensione pre bacio, che spesso rimane tale e sfocia in un salto a piè pari sul materasso.
Lei non fa che ridere.
So che mi prende per i fondelli.
Sono ad un passo dai trenta, e degli anni Novanta mantengo solo il dispiacere di una pelle capricciosa (alla quale urlo sovente "fottuta, fottutissima te, e la tua acne... ci vedremo all'inferno!", spaventando il consorte mentre si deterge gli incisivi).
Ma la risposta a tutto questo (forse) arriva in un secondo tempo.
Ora di riappoggiare la guancia al cuscino e sono sommersa dall'acqua.
Sempre e solo acqua. In tutte le sue forme.
Limpida e torbida, di mare o di piscina, amica o perigliosa.
Stanotte, cercando riparo su una nave poco stabile - onde grosse dagli oblò smossi -, son corsa in poppa, solo per constatare che era occupata da una libreria immane.
Al posto di (prevedibili) libri, una collezione di funghi giganti.
Sentendomi la seguace di un'antica religio, arcana e un po' mistica, con la febbricitante angoscia di chi s'appresta ogni mattina a leggere il proprio futuro negli strascichi quotidiani dei segni zodiacali, ho consultato cabale e lor parenti stretti.
Insomma, non c'è dibattito. Scritto a lettere nitide, chiaro come il sole: devo dar retta al mio inconscio (l'acqua), che in tutti i modi m'intima di lasciar andare le speculazioni, la spiritualità, il raziocigno, l'autocontrollo e via dicendo. Istinto puro, quello devo essere.
E tirar fuori la mia creatività (i funghi) sopita (in libreria, senza radici alla terra).
Sfoglia iraconda l'elenco telefonico, ben sapendo che è solo un cimelio. Salta su e giù, le mani nei capelli. Scosta le tende, scruta la via.
Che Lei sia diventata pazza? Ne ho abbastanza dei miei grattacapi, di questa pruderie che (così parlò Zarathustra) mi soffoca.
Ma che fai, perdio, se è lecito saperlo?
Svegliati, babbiona. Hai sentito cosa sussurra l'iperuranio? Devi darti una scossa, devi trovarlo!
Sì, va bene.
Ma chi me lo procura, George Coleman Eads III, in un tardo sabato mattina di provincia lombarda?
martedì 5 marzo 2013
V: il Verdetto
Chi parla del tempo spesso lo fa per perdere o prendere Tempo.
A noi invece il tempo - quello climatico - parla, e suggerisce sempre lo spunto per piantare i piedi o iniziare una corsa a perdifiato.
Oggi (cielo color panna, nuvole acide e muschio da presepe), Lei mi si è accostata allo specchio con gli occhi bendati. Poi, con un gesto fluido, ha tolto la pezza facendo brillare le iridi.
Così, come in un'illuminazione che si rispetti, abbiamo raggiunto il Verdetto.
E' solo un caso che ieri abbia parlato di Baba Yaga? Che tutto d'un colpo la signora Estés sia balzata fuori dal comodino?
Quando un desiderio inizia a procurare dolore, a far arretrare, fino allo sbandamento, è ora di farci i conti.
Ho capito che tutto ciò che stavo operando non era altro che sguazzare nell'immobilità. Sostituire un vuoto con una voragine. Mettermi in pausa un attimo per premere uno stand by senza requie.
Mesi e mesi di "pieghe" ed orecchie basse, di ridimensionamenti nelle ambizioni e nelle possibilità.
Il principio del non attaccamento, per me, sta diventando una pericolosa palude nella quale, se non bisogna affezionarsi a nulla, per cosa vale la pena affezionarsi.
"Una prospettiva più alta, lontana dal transeunte, serve per rinascere e non per ripiegarsi. Per fiorire, non per nascondersi".
Oggi Lei ha parlato forte, ha trovato voce.
C'è di che festeggiare.
Può far male afferrare la propria situazione.
Vedere a chiare lettere chi e cosa stia tirando i fili della propria esistenza.
Qualche stronzo millantatore, i famigliari con le loro (velate) attese, un compagno sintonizzato altrove.
Il contesto, la società, il sistema: tutti col proprio metro di paragone, a far sudare i centimetri addosso.
Scoprire i miei fili mi ha fatto respirare a fondo.
Soprattutto perché il burattinaio sono io, tutto il resto una comparsa senza senso e con poco carattere.
Perché ho voluto sottrarmi al confronto, retrarre gli artigli? Perché ho zittito i pensieri buoni, mentendo a me stessa?
Perché mi sono accontentata dell'inaccettabile, di diventare altro da me?
Perché ho dato spazio all'antica, insensata Paura?
Ora è questione di girare la canoa e iniziare a remare controcorrente.
Sono esile, ed il rinculo è forte.
Ma anni di tabule rase han creato muscoli densi e sodi sottopelle.
A noi invece il tempo - quello climatico - parla, e suggerisce sempre lo spunto per piantare i piedi o iniziare una corsa a perdifiato.
Oggi (cielo color panna, nuvole acide e muschio da presepe), Lei mi si è accostata allo specchio con gli occhi bendati. Poi, con un gesto fluido, ha tolto la pezza facendo brillare le iridi.
Così, come in un'illuminazione che si rispetti, abbiamo raggiunto il Verdetto.
E' solo un caso che ieri abbia parlato di Baba Yaga? Che tutto d'un colpo la signora Estés sia balzata fuori dal comodino?
Quando un desiderio inizia a procurare dolore, a far arretrare, fino allo sbandamento, è ora di farci i conti.
Ho capito che tutto ciò che stavo operando non era altro che sguazzare nell'immobilità. Sostituire un vuoto con una voragine. Mettermi in pausa un attimo per premere uno stand by senza requie.
Mesi e mesi di "pieghe" ed orecchie basse, di ridimensionamenti nelle ambizioni e nelle possibilità.
Il principio del non attaccamento, per me, sta diventando una pericolosa palude nella quale, se non bisogna affezionarsi a nulla, per cosa vale la pena affezionarsi.
"Una prospettiva più alta, lontana dal transeunte, serve per rinascere e non per ripiegarsi. Per fiorire, non per nascondersi".
Oggi Lei ha parlato forte, ha trovato voce.
C'è di che festeggiare.
Può far male afferrare la propria situazione.
Vedere a chiare lettere chi e cosa stia tirando i fili della propria esistenza.
Qualche stronzo millantatore, i famigliari con le loro (velate) attese, un compagno sintonizzato altrove.
Il contesto, la società, il sistema: tutti col proprio metro di paragone, a far sudare i centimetri addosso.
Scoprire i miei fili mi ha fatto respirare a fondo.
Soprattutto perché il burattinaio sono io, tutto il resto una comparsa senza senso e con poco carattere.
Perché ho voluto sottrarmi al confronto, retrarre gli artigli? Perché ho zittito i pensieri buoni, mentendo a me stessa?
Perché mi sono accontentata dell'inaccettabile, di diventare altro da me?
Perché ho dato spazio all'antica, insensata Paura?
Ora è questione di girare la canoa e iniziare a remare controcorrente.
Sono esile, ed il rinculo è forte.
Ma anni di tabule rase han creato muscoli densi e sodi sottopelle.
Autobiografia in cinque corti
capitoli
di Portia Nelson
I
Cammino lungo una strada.
C'è una buca profonda nel
marciapiede.
Ci casco dentro.
Sono perduta... Sono disperata.
Non è colpa mia.
Ci metto una vita per trovare una
via di uscita.
II
Cammino lungo la stessa strada.
C'è una buca profonda nel
marciapiede.
Faccio finta di non vederla.
Ci casco dentro ancora.
Non posso credere di essere
ancora nello stesso posto.
Ma non è colpa mia.
Mi ci vuole ancora un sacco di
tempo per uscirne.
III
Cammino lungo la stessa strada.
C'è una buca profonda nel
marciapiede.
La vedo benissimo.
Ci casco dentro di nuovo... è
un'abitudine.
I miei occhi sono aperti:
So dove sono.
E' colpa mia.
Ne esco immediatamente.
IV
Cammino lungo la stessa strada.
C'è una buca profonda nel
marciapiede.
Ci passo intorno.
V
Cammino per un'altra strada.
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