Luglio immobile sulla soglia delle cose nostre.
Il giardino coi fichi grondanti, l'orto bruciato, la piscina di gomma piena di palette marine.
La casa che sa di pizza, tajine, gelato al pistacchio, pipì nel vasino arancione.
Gli affetti in partenza alle solite mete, e ci si saluta un po' sollevati un po' commossi, con il formicolio ai piedi vergognosi d'essere scoperti.
Luglio osserva la routine come una spia.
Mentre il tempo degli uramaki è già finito.
Li gustavamo con le mani sul porto canale, vagamente infelici di una vacanza che adesso appanna gli occhi.
Io sono la malinconia del presente, minuto per minuto.
Anche le tazze con la fibra dell'ananas, anche gli scontrini scarabocchiati, anche il dentifricio di marmo sbaffato sul lavabo.
Terrei tutto così, in fotografia: è lì a guardarmi e già mi manca.
Cos'è il domani e cosa vuole da noi.
(Dimmelo, luglio).
Agosto ha iniziato a ridere delle nostre cosce ignude; sa che metteremo la vignogna d'alta quota, ha avvisato il terrazzo con la rete bucata, il topolino famelico, il cioccolataio.