lunedì 25 novembre 2019

Mancina


Studio metamorfosi che passano attraverso i bulbi piliferi. È una guerra all'immagine fissa di sé, la gloria nel sentire (sempre, sempre) qualcuno bofonchiare astioso «scusa, non ti avevo riconosciuto». 

Poi, faccio niente. Metto in pratica la delega temporale - ci pensa lui, a spolpare muscoli e appannare sclere.

Basta scoprirmi mancina. Allo specchio. Abbonda quel riflesso, nella voglia di cambiare, lo stravolgimento degli opponibili. Divento una mano sola che tutto disfa, e lo fa bene.

domenica 27 ottobre 2019

Languore

È anche un po' languire.
Sentirsi nel brodo, caldo, speziato, che scotta scortica ma non chiede di levarsi - dalla pozza.

Questo mio eterno languore si accosta al sudore delle carni messe in pentola. Dei tagli meno pregiati (spalla, geretto, guancia, cotenna), affamati di cipolla con buccia.
Fame, c'entra la fame. Coinvolge gli odori, li tocca finché non li vede, poi pretende siano tutti della bocca. Suoi. Masticabili, suggibili.

Poco fa il campo dei sensi era invaso dal pinzimonio, demonio d'esotiche verdure croccanti unte d'oliva e caienna.
Poco prima, una coppa d'elastici asticini gettava le code infanti entro maionese alla birra.
Ora, la fetta di torta panata denuda ogni suo chicco d'uva cilena, spudoratamente ubriaca al Cointreau.

Mi sento tutta un labbro, fremente, proteso, umido.
Conca che fagocita, io divoro.

martedì 10 settembre 2019

Invocatio

Ragni di luce su per le gambe, dritti in vagina. Tessono - li sento - grembi nel grembo, a tener su la vita.

Di vite (in vite) ho spremuto molte uve, e ora appiccico, non di mosto ma d'invocatio
Alla luna, al pan d'oro, al cane di legno con guinzaglio che fissa dalla fossa della Fischer Price città. A qualsiasi cosa, dunque (eppure non a chiunque), sostenga.

Sdraiata sul fianco sinistro, sempre sul fianco sinistro, vedo l'esistenza di destra pendere un poco. Come il tono della litania, dell'ode, del richiamo.
Non ho il viso da sultana, lascio defluire, senza aggiustare. 

Oggi tante piastrine, tante, danzavano sul pavimento pelvico. Le perdono. Era del folk. Mi piaceva. 

martedì 1 gennaio 2019

Haché

Le mie preghiere erano assenti. Così ho smesso. Ho amputato.
Haché.
Il suono si uno "sciò" fatto al vento che disgustato del rifiuto rientra in bocca, velenoso la sciacqua. La voce che zittisce col sibilo bastardo, per non sprecare parole (non ne ha voglia).
Poi niente più messa alla domenica, poi. Divieto di confessione. Poi.
Chi entra nel loculo dei cori da libretto, chi (ancora?) commuove al Cristo legnoso mi dà fastidio come le coppie che zonzano per le vie di città nuove tubando "che bello che bello che bello". Li guardo, tutti, cattivamente.
Ho altri occhi ho nuovi buchi e non chiedo. Non prego.

Qui, tra giovani ricchi e russi pallidi fino a essere luminescenti, qui ho seguìto un vecchio nel ghiaccio. È cieco e si fa servire da un cane senza razza col muso crosto, un bel cane chiaro che lo guarda mai ma implora i passanti: ha bisogno lui di venire visto.
Fatto il giro dell'isolato, schivato botti inesplosi e pellicce; silenzio compresso su 19 minuti.
Rientrato, il vecchio si è portato agli ascensori. Non ha trovato il tasto e ha tastato la parete col palmo, prima poco pigiando, dopo carezzando violento porzioni immense di muro quasi a dire "perdonami ma apriti".
Non lo abbiamo aiutato, me e lui, ed è durato parecchio, tanto che ha potuto dirmi che nella cattedrale a volte piscia, lo lasciano fare - espleta come le cagne: accuccia.
Volevamo piangere. Ci siamo estesi, di spalle.
Haché.


* haché ‹ašé› s. m., fr. [part. pass. di hacher «ridurre in piccoli pezzi mediante un’ascia»]