C'è chi nasce per darsi tempo, spazio, per dilazionare, espandersi, vagolare a casaccio, camminando al ritmo di una samba stralunata.
Costoro, se ti pestano i piedi, si voltano e ti sorridono, senza chiederti scusa, perché non importa, sono già altrove, trascinati dal movimento pelvico di una pseudo Aquarela do Brasil.
Queste persone a tratti le detesto, a tratti le invidio.
Se ci cozzo contro, passo il resto della giornata in trance, oscillando tra il rammarico postumo di non averle mandate a quel paese e il desiderio totalizzante di scoprire il loro più intimo segreto: come fare a non essere mai presenti a sé stessi.
Sono mine vaganti.
Ma quanti di noi, a volte, non vorrebbero essere un pacifico kamikaze?
Ora Lei mi tira per la manica, e capisco che s'incazza.
"Ma come - mima - è una vita che leggi Krishnamurti, che cerchi la Via, che piangi con Siddharta e compagnia, e adesso invidi questo gregge?". Potesse parlare a chiara voce m'urlerebbe addosso.
"Looser di merda". Sì, potrebbero benissimo essere le sue parole. In sottofondo, So Cruel. Altro che perepè-perepè col tanga zebrato.
Queste persone scanzonate sono quelle che, quando gli capita qualcosa di brutto, gli cade il mondo addosso.
E' una tragedia incolmabile, la loro.
Le tipiche nenie funebri salentine son niente in confronto.
Ma dura giusto un attimo.
Perepè-perepè
E' un trenino, questo, al quale non riesco ad accodarmi.
Troppo sincera con me stessa, troppo fessa, troppo Vergine.
Vivo di ultimatum interiori. Fuori uno, dentro l'altro. Perfezionista maledetta della mia etica.
La mia Semantica Mistica.
giovedì 28 febbraio 2013
martedì 19 febbraio 2013
di Time-line e Tapis roulant
Le siepi
che cingono le villette ingialliscono ancora. I vecchi escono di casa guardando
il cielo qualche secondo in più, cabalando qualcosa tra sé e sé.
Alla soglia dei trenta
il tapis roulant della mia vita è
incostante, e quando spinge al massimo mi attacco alla sbarra e guardo
indietro. La trovo seduta a gambe incrociate, e solo dallo sguardo capisco che
quella non sono più io; la mia sclera è segnata da astute venuzze, a ricordarmi
cos’ho visto per strada, le vie disabitate, nuovi stupori.
Lei deve ancora sgranarli, gli occhi, nel bene e nel male, ma sa ancora parlare dritto al cuore (alla faccia del fanciullino). Lo fa con le mani, una rapper improvvisata.
Ultimamente le alza al cielo. “Che ci vuoi fare, porta pazienza”.
Le giornate
s’allungano imperterrite, lasciandoci la speranza di una primavera all’orizzonte:
la promessa di un dolce a fine pasto.
Abbiamo mangiato i nostri broccoli, ora
ci spetta una generosa porzione di tarte
tatin.
La mente
scavalca tutto, delirante, e con uno zompo migra all’estate, ai gelati che rinfrancano
l’ugola riarsa, alla pelle esposta al sole cocente, ai piedi scalzi che non
sentono freddo. Perché lei vive a sprazzi nel presente, segue una propria timeline, se ne frega delle stagioni e
non di rado le subisce.
È Lei l’esempio
della mia duplicità, del complesso tra l’essere e il non essere, del volere e
del dovere. Scopro qualche capello bianco, il fiato più corto, l’arguzia nel
riconoscere il prossimo: segni inequivocabili che la freccia della mia
esistenza punta a destra, mira dritto, va avanti e colleziona esperienze.
La sua
pulsa dell’ardore di un 1998 troppo esclusivo, in cui i seni erano già spuntati
ma l’interesse stava catalizzato fuori di sé: un’audiocassetta coi fili
straripanti, fouseaux come se
piovesse, labbra color ramarro, palpiti alla Prévert per Zack Morris.
Lei deve ancora sgranarli, gli occhi, nel bene e nel male, ma sa ancora parlare dritto al cuore (alla faccia del fanciullino). Lo fa con le mani, una rapper improvvisata.
Ultimamente le alza al cielo. “Che ci vuoi fare, porta pazienza”.
mercoledì 6 febbraio 2013
S: la sabbia che canta
"Quando cavalchi o cammini sulla duna di sabbia, il suono dei tuoi passi
si sente a dozzine di miglia di distanza. Nel giorno della festa
dei giovani, come era costume da secoli, la gente che viveva dentro le mura del
castello era solita scalare il monte Ming-sha-shan e lasciarsi scivolare tutti
insieme, sulla sabbia. Il suono prodotto era simile al
rombo del tuono".
Cronache di Ton-Fan, Cina, 880 A.D.
Dopo il viaggio di nozze, volevo ricreare una stanza speciale, a casa, con il pavimento di sabbia, luci perlacee, morbidi cuscini.
All'idea, Lei già impazziva.
Sono passati due anni, e ci penso ancora. Resterà uno di quei desideri inespressi e un po' folli, come un abito di panpepato, un cappello di zucchero filato.
Penso ancora a quella manciata di sabbia sospesa sull'oceano.
Ne portavi sempre un po' addosso, s'infilava dappertutto, e liberandoti - la sera, tra le lenzuola fruscianti - la sentivi cantare, mentre si schiudevano i boccioli di frangipane.
La melodia di un lungo respiro morbido.
Quello che riesci ad espirare anche tu, ad oltre seimila chilometri dalla terra madre.
Cronache di Ton-Fan, Cina, 880 A.D.
Dopo il viaggio di nozze, volevo ricreare una stanza speciale, a casa, con il pavimento di sabbia, luci perlacee, morbidi cuscini.
All'idea, Lei già impazziva.
Sono passati due anni, e ci penso ancora. Resterà uno di quei desideri inespressi e un po' folli, come un abito di panpepato, un cappello di zucchero filato.
Penso ancora a quella manciata di sabbia sospesa sull'oceano.
Ne portavi sempre un po' addosso, s'infilava dappertutto, e liberandoti - la sera, tra le lenzuola fruscianti - la sentivi cantare, mentre si schiudevano i boccioli di frangipane.
La melodia di un lungo respiro morbido.
Quello che riesci ad espirare anche tu, ad oltre seimila chilometri dalla terra madre.
venerdì 1 febbraio 2013
Ra-ta-ta-ta-tam!
Le fucilate che arrivano alla schiena fanno più male di quelle in pieno petto.
Dicono.
Io ho capito che tanti pallini di piombo li possiamo anche evitare. Perché ce li spariamo addosso da soli.
Lei lo sa da una vita. Ha fatto sua la massima di Michel de Montaigne ("Nessuno sta male per troppo tempo, se non per colpa sua"). Scorrazza tra prati in fiore e cuce sorrisi su bambole centenarie. S'imbelletta in piena notte e ride ai funerali. Si ferisce con una piuma e resiste a lame arrugginite.
Ma la stilettata del tempo che passa, quella no. Non la si ignora quasi mai con sufficienza.
Ti alzi un martedì mattina e gli occhi sono più stropicciati del solito. Non è la piega del cuscino: resteranno così. Per tutte le volte che li hai strizzati troppo, hai pianto, riso. Per le boccacce di quando eri piccolo così, salite tutte d'un colpo attorno alla rima palpebrale.
Anche questo, poi, scivola via. Insieme al colluttorio, al fondotinta, all'unghia sbeccata. Giù nello scarico, a far compagnia ai pesci. Che del tempo se ne fottono.
Arrivi a capire che è piombo pure quello: recriminare attorno allo sciuparsi di sé. Così vai dritto alla saggezza, le corri incontro con sorriso ebete, apprezzando anche il segno a bruciapelo del cronometro fatale: la ferita alla tempia che non deturpa più, non suppura ma parla.
Come le coppie che stanno insieme da tanto tempo e che, la sera, invece di fare sesso "giocano a carte in silenzio". Il dramma vestito da poesia.
Scusi, lei, lo sa che ha le spalle al muro? Che la stiamo per fucilare?
Non vede che tutti, intorno, piangono e si disperano? E non lo fanno mica per lei... Questo stridore di denti ha nome e cognome, ma lo soprannominiamo Crisi. Che, secondo me, è il contenitore di altre disperazioni. Il gran tappeto sotto il quale buttare le magagne. La cipolla per piangere in santa pace!
E' tutta una lotta, una scalata, un esistere fugace. Alla fine le facciamo pure un favore, non vede?
Dunque, si levi quel ghigno dalla faccia, e pronunci la sua ultima parola. Facciamola finita, sù, che abbiamo fretta: siamo già usciti dalla canna e le corriamo incontro.
Ra-ta-ta-ta-tam!
Dicono.
Io ho capito che tanti pallini di piombo li possiamo anche evitare. Perché ce li spariamo addosso da soli.
Lei lo sa da una vita. Ha fatto sua la massima di Michel de Montaigne ("Nessuno sta male per troppo tempo, se non per colpa sua"). Scorrazza tra prati in fiore e cuce sorrisi su bambole centenarie. S'imbelletta in piena notte e ride ai funerali. Si ferisce con una piuma e resiste a lame arrugginite.
Ma la stilettata del tempo che passa, quella no. Non la si ignora quasi mai con sufficienza.
Ti alzi un martedì mattina e gli occhi sono più stropicciati del solito. Non è la piega del cuscino: resteranno così. Per tutte le volte che li hai strizzati troppo, hai pianto, riso. Per le boccacce di quando eri piccolo così, salite tutte d'un colpo attorno alla rima palpebrale.
Anche questo, poi, scivola via. Insieme al colluttorio, al fondotinta, all'unghia sbeccata. Giù nello scarico, a far compagnia ai pesci. Che del tempo se ne fottono.
Arrivi a capire che è piombo pure quello: recriminare attorno allo sciuparsi di sé. Così vai dritto alla saggezza, le corri incontro con sorriso ebete, apprezzando anche il segno a bruciapelo del cronometro fatale: la ferita alla tempia che non deturpa più, non suppura ma parla.
Come le coppie che stanno insieme da tanto tempo e che, la sera, invece di fare sesso "giocano a carte in silenzio". Il dramma vestito da poesia.
Scusi, lei, lo sa che ha le spalle al muro? Che la stiamo per fucilare?
Non vede che tutti, intorno, piangono e si disperano? E non lo fanno mica per lei... Questo stridore di denti ha nome e cognome, ma lo soprannominiamo Crisi. Che, secondo me, è il contenitore di altre disperazioni. Il gran tappeto sotto il quale buttare le magagne. La cipolla per piangere in santa pace!
E' tutta una lotta, una scalata, un esistere fugace. Alla fine le facciamo pure un favore, non vede?
Dunque, si levi quel ghigno dalla faccia, e pronunci la sua ultima parola. Facciamola finita, sù, che abbiamo fretta: siamo già usciti dalla canna e le corriamo incontro.
Ra-ta-ta-ta-tam!
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