martedì 19 febbraio 2013

di Time-line e Tapis roulant

Le siepi che cingono le villette ingialliscono ancora. I vecchi escono di casa guardando il cielo qualche secondo in più, cabalando qualcosa tra sé e sé.

Le giornate s’allungano imperterrite, lasciandoci la speranza di una primavera all’orizzonte: la promessa di un dolce a fine pasto.
Abbiamo mangiato i nostri broccoli, ora ci spetta una generosa porzione di tarte tatin.

La mente scavalca tutto, delirante, e con uno zompo migra all’estate, ai gelati che rinfrancano l’ugola riarsa, alla pelle esposta al sole cocente, ai piedi scalzi che non sentono freddo. Perché lei vive a sprazzi nel presente, segue una propria timeline, se ne frega delle stagioni e non di rado le subisce.

È Lei l’esempio della mia duplicità, del complesso tra l’essere e il non essere, del volere e del dovere. Scopro qualche capello bianco, il fiato più corto, l’arguzia nel riconoscere il prossimo: segni inequivocabili che la freccia della mia esistenza punta a destra, mira dritto, va avanti e colleziona esperienze.
La sua pulsa dell’ardore di un 1998 troppo esclusivo, in cui i seni erano già spuntati ma l’interesse stava catalizzato fuori di sé: un’audiocassetta coi fili straripanti, fouseaux come se piovesse, labbra color ramarro, palpiti alla Prévert per Zack Morris.
 
Alla soglia dei trenta il tapis roulant della mia vita è incostante, e quando spinge al massimo mi attacco alla sbarra e guardo indietro. La trovo seduta a gambe incrociate, e solo dallo sguardo capisco che quella non sono più io; la mia sclera è segnata da astute venuzze, a ricordarmi cos’ho visto per strada, le vie disabitate, nuovi stupori.
Lei deve ancora sgranarli, gli occhi, nel bene e nel male, ma sa ancora parlare dritto al cuore (alla faccia del fanciullino). Lo fa con le mani, una rapper improvvisata.
Ultimamente le alza al cielo. “Che ci vuoi fare, porta pazienza”.

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