Le giornate
s’allungano imperterrite, lasciandoci la speranza di una primavera all’orizzonte:
la promessa di un dolce a fine pasto.
Abbiamo mangiato i nostri broccoli, ora
ci spetta una generosa porzione di tarte
tatin.
La mente
scavalca tutto, delirante, e con uno zompo migra all’estate, ai gelati che rinfrancano
l’ugola riarsa, alla pelle esposta al sole cocente, ai piedi scalzi che non
sentono freddo. Perché lei vive a sprazzi nel presente, segue una propria timeline, se ne frega delle stagioni e
non di rado le subisce.
È Lei l’esempio
della mia duplicità, del complesso tra l’essere e il non essere, del volere e
del dovere. Scopro qualche capello bianco, il fiato più corto, l’arguzia nel
riconoscere il prossimo: segni inequivocabili che la freccia della mia
esistenza punta a destra, mira dritto, va avanti e colleziona esperienze.
La sua
pulsa dell’ardore di un 1998 troppo esclusivo, in cui i seni erano già spuntati
ma l’interesse stava catalizzato fuori di sé: un’audiocassetta coi fili
straripanti, fouseaux come se
piovesse, labbra color ramarro, palpiti alla Prévert per Zack Morris.
Lei deve ancora sgranarli, gli occhi, nel bene e nel male, ma sa ancora parlare dritto al cuore (alla faccia del fanciullino). Lo fa con le mani, una rapper improvvisata.
Ultimamente le alza al cielo. “Che ci vuoi fare, porta pazienza”.
comincio a affezionarmici...a Lei...
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