Avere sete.
E non poterti bere.
mercoledì 7 dicembre 2016
venerdì 11 novembre 2016
Avvenente
Sai, a diciotto anni iniziai un libro.
Un libro per il figlio che avrei avuto.
Me ne stavo lì, sdraiata fra le chine le carte i bigini della matura, a pensarci. Con la bandana rossa allacciata sulla nuca.
Mi era presa una febbre.
Gli altri dopo il ripasso uscivano. I compagni. A stemperare le tensioni con un goccio, di casino. Io prendevo il blocco e m'appollaiavo sullo scalone del retro, quello che guardava la chiesetta e le pernici.
Non so perché. Mi era presa una febbre.
Lui era lì e io dovevo scrivergli.
Era un'urgenza. Era patetica.
Pagine e pagine a biro che avrei dovuto conservare e rilegare e consegnargli. Al compimento dei diciotto. Per dimostrargli forse che stronza non ero. Non allora. Crimson and clover in cuffia la paglia dietro l'orecchio una croce al contrario pitturata sui jeans.
Comunque, non avevo tempo. Nel senso: sentivo, contro ogni logica, di averne poco, non abbastanza. Dovevo dirgli troppe cose. Affastellate ansiose.
Quasi tutte, prime volte. Insieme. E poi cos'altro.
Altro non ricordo. Se non che lo immaginavo avvenente, con l'avvenire dentro.
venerdì 14 ottobre 2016
Zavorra
Le persone che ti stanno vicino, che ti salutano soltanto. Le invidio.
Di un'invidia buona, che non ferirebbe nessuno, che non si sostituirebbe. Rassegnata invidia.
Non sarò mai così. La leggerezza in corpo, la pacca sulla spalla, le ore che non bastano.
A me avanzano. Nei pensieri lenti, a volte vuoti, di una felicità frastornata.
Sono zavorra.
Cosa viene dopo. Cosa succede dopo-tutto-questo.
Finite le cene, spenta la musica. Quando non c'è più niente da aspettare, neanche il domani, ché somiglia all'oggi: non fa paura.
Restiamo? Tra questi oggetti che perdono smalto, su pavimenti invecchiati. A spostare il peso da un piede all'altro, a contare le crepe.
Gli altri se ne vanno, li sento ridere.
Noi ti prego restiamo.
Di un'invidia buona, che non ferirebbe nessuno, che non si sostituirebbe. Rassegnata invidia.
Non sarò mai così. La leggerezza in corpo, la pacca sulla spalla, le ore che non bastano.
A me avanzano. Nei pensieri lenti, a volte vuoti, di una felicità frastornata.
Sono zavorra.
Cosa viene dopo. Cosa succede dopo-tutto-questo.
Finite le cene, spenta la musica. Quando non c'è più niente da aspettare, neanche il domani, ché somiglia all'oggi: non fa paura.
Restiamo? Tra questi oggetti che perdono smalto, su pavimenti invecchiati. A spostare il peso da un piede all'altro, a contare le crepe.
Gli altri se ne vanno, li sento ridere.
Noi ti prego restiamo.
domenica 18 settembre 2016
Vorace
Fuori dalla finestra, per ore. Guardavo.
La gente, i campi. Scossi dal loro brivido. L'immobilità di serramenti sbarrati e tetti senza fumo mi faceva mancare. Occhi subito chiusi. Sulla sensazione di laterizi inanimati capaci di paralizzare.
"Ci sarà qualcuno, là, che si muove. Vive", il pensiero incoraggiante.
Allora riaprivo lo sguardo. Tornavo al poggiolo spento sul pelo dell'orizzonte basso. Riuscivo a vedere uno scamiciato rosso con dentro l'ansia di una bambina dagli zigomi alti.
Un pony rosa nel pugno. Il respiro vorace.
La gente, i campi. Scossi dal loro brivido. L'immobilità di serramenti sbarrati e tetti senza fumo mi faceva mancare. Occhi subito chiusi. Sulla sensazione di laterizi inanimati capaci di paralizzare.
"Ci sarà qualcuno, là, che si muove. Vive", il pensiero incoraggiante.
Allora riaprivo lo sguardo. Tornavo al poggiolo spento sul pelo dell'orizzonte basso. Riuscivo a vedere uno scamiciato rosso con dentro l'ansia di una bambina dagli zigomi alti.
Un pony rosa nel pugno. Il respiro vorace.
giovedì 21 luglio 2016
Uno
Uno pensa.
Che gli vengano
incontro, lo trapassino e alla fine permeino. Qualcosa. Un pezzo di polmone, di
laringe, la cistifellea.
Uno pensa
agli eventi come marchiature. Se anche ti fai i fatti tuoi arrivano, slamano,
ripartono e forse ritornano.
Con questa
scusa certa. Uno aspetta.
Arriva l’ora
che voglio. Poteva essere qualsiasi, invece me la sono segnata.
Le lancette
stanno lì e io mi sento così.
Il foglio lo
appendo, deve stare davanti, lo devo fissare.
Dio bono. Diceva
sempre. Me lo ricordo adesso (chissà perché).
Allora inizio
una serie di croci piccole. Sembrano delle “x”. Leggere e senza senso. Da appenderci
lui.
Poi la
rabbia. Calca, riscalda. Buca.
Il fiatone,
la siccità.
Le lancette
stanno là e io sono sgombra.
Uno tira
sempre fuori. Qualcosa.
Come una
catena di salsicce. Il massimo sforzo e il budello disteso, spinta e arresto.
La peristalsi
del niente. Uno conosce l’odore del vuoto.
Sa dell’acqua
che stagna fuori dalle cabine al mare.
giovedì 7 luglio 2016
Tutte (le cose splendide)
Ode alla
luna, al sorriso bello, ai passi che uno dopo l’altro, uno dopo l’altro, uno
dopo l’altro non inciampano mai, mai, mai.
Le odio
tutte.
Non mi
feriscono ma le sento.
Le cose
splendide.
Canto le tue
palle sudate, il mio mal di testa. Il tuo russare alle 5.40, il mio piangere
bagnandomi i piedi.
Canto a
bocca chiusa (mugugno demente).
Questo con
tutto il resto.
Come l’acqua di
traverso: esce dal naso e affoga abbastanza.
Che affoghino.
Tutte.
venerdì 3 giugno 2016
Seno
Termina El Niño, si va verso La Niña.
Affezionata a Caronte africano - che portava all'inferno della vacanza, della transumanza sudata senza cedimenti - guardo il corpo di chi non riconosco.
Si spoglia. Degli abiti e degli anni.
Oggi ne ho dodici.
Uscita dalla tela di Schiele, al menarca della vita.
Tutto è accenno, abbozzo, un regredire.
Forse il corpo è stanco.
Di non essere più felice né triste. Del cupo godimento animale, senza sfondo, che consuma.
Di non servire a niente.
Un seno che avanza da mani piccole.
mercoledì 11 maggio 2016
Retromarcia
Come dire,
come dirlo.
(Accettare il fatto che, quando non vengono
le parole, il motivo è una mancanza di chiarezza. Inside. #lezione1149A)
Non lo so.
Perché procedo in retromarcia e guardo dritto, affidandomi ai suoni per evitare
scontri avversi. Sono distratta. Forse aspiro al crash test.
(Metabolizzare autolesionismo, masochismo, nichilismo.
#lezione1149B)
Sminchionirmi.
Dovrei, e non ci riesco. In fondo ho scelto di non voltarmi indietro. Lo
sguardo obbedisce, il corpo resta anarchico.
(Scomporre la schizofrenia in maligna e
benigna. Per vedere che effetto fa. #lezione1149C)
Aiuterebbe. Piantarla
di fare finte telefonate, benedire lumache e curculioni spiaggiati, mangiare
taniche di burro d’arachidi. Aiuterebbe.
(Implorare la normalità invocando Alanis: «How ‘bout stopping eating
when I'm full up». #lezione1149D)
Invece sono
qui. Lanciata a tutta velocità in un rinculo astronomico. Senza parole, senza
identità. Con un solo pensiero costante: «mammamia».
(Recitare il Padmasambhava per guadagnarsi
un cantuccio extraterreno alternativo. #lezione1149E)
venerdì 22 aprile 2016
Quotation (just a little)
Alle pause telefoniche vuote di voce, condivise con quelle due, tre persone in a lifetime. Quando ti stai incrinando e allora silenzio.
E allora vocalizzi, prendi tempo, ma riesci (solo) a sembrare una scrofa eccitata dal favonio.
Perciò il cervello sorride, il cuore salta l'ostacolo.
Così per un giorno è fatta. Un altro giorno, meno uno.
Cristo santo dico a voi. Grazie.
giovedì 14 aprile 2016
«P»
La sensazione
nel viaggiare da sola, in auto, con lo stereo che fa tremare gli specchietti
retrovisori.
Pensare a
niente, pensare a tutto.
Passare dal
riso al pianto con la velocità tonale di un’isteria.
Completamente
fluida nei movimenti impropri di un rally tangenziale.
Con l’etichetta
della t-shirt al contrario che gratta la gola, i capelli in piedi, gli occhiali
da sole della nonna (tartarugati, stinti) a tenere insieme l’impalcatura di un’esistenza
sghemba.
Infatti,
tolti, oscillo in una nudità spaventevole. «Chi sono, cosa faccio e perché». Le
domande classiche, senza risposta, alle quali ho smozzicato il punto
interrogativo, ché avevo fame.
Accade
sempre, quando ci si guarda negli occhi. I propri. Accade, intendo, il
chiedersi qualcosa nell’intento di un riconoscimento qualsiasi.
C’è chi non
lo fa mai. Io invece gli parlo, alle mie sclere blu. Ferma al semaforo di piazzale
Arnaldo, «lento, come la melassa». Mi mando affanculo tantissimo.
Ma di una
cosa sono contenta.
Di non aver
levato la «P» dal lunotto posteriore.
Perché
resterò sempre una principiante, finché campo. Senza ambizioni, vie da seguire.
Senza niente.
E mi va bene così.
domenica 20 marzo 2016
Osceno
Osceno è il modo in cui mi prendi la mano,
così calda, per portarmi dove non ci vede nessuno. Dove ci vedono tutti,
abbarbicati alle corde di un ring che puzza di sudore. Oscena è la mia bocca,
schiusa sull’arsura di una febbre. Che prega e bestemmia insieme. Osceno è il
modo in cui cammini, incapace di misurare lo spazio per un peso aggiunto: il
mio corpo, che avvinghia il tuo. Osceni gli occhi, di questa lotta tantrica.
Bruciano le ciglia, bucano lo stomaco, barattano il giorno con la notte.
Vendendosi per un pensiero che smuore dinnanzi al suo riflesso osceno.
E poi mi
sveglio.
Ed ero già sveglia.
mercoledì 2 marzo 2016
Nescio
L'ago non entra, la pelle è contratta.
Forzo l'ingresso, mi faccio male, lascio colare il sangue. Una bolla rossa che si gonfia e poi sviene come le gocce di pioggia sul finestrino.
Penso a cosa circoli, adesso, nel mio corpo nescio.
Mischiato al dolore, alla pena.
Anch'io, come questo sangue perso, non voglio saperlo.
Svengo. Sullo stridore e sui conati della coscienza appoggiata lì, fra i kleenex e l'alcool etilico.
Forzo l'ingresso, mi faccio male, lascio colare il sangue. Una bolla rossa che si gonfia e poi sviene come le gocce di pioggia sul finestrino.
Penso a cosa circoli, adesso, nel mio corpo nescio.
Mischiato al dolore, alla pena.
Anch'io, come questo sangue perso, non voglio saperlo.
Svengo. Sullo stridore e sui conati della coscienza appoggiata lì, fra i kleenex e l'alcool etilico.
domenica 21 febbraio 2016
Memorabilia
In attesa di
uscire dall’incubo del numero primo, pareggiavo la prima cotta estiva.
Meno
quindici ai dodici anni. Pinarella di Cervia, hotel Prater, camera mansardata –
la 373, incisa su un lingotto di pirite –, Vivo
o morto X a spianare la rena.
Nella mano
destra due paguri (la mancina per il cocco-bello), giuravo odio ai sandali di
gomma scalciando la spuma dei cavalloni, a riva. Il vestito ce l’avevo. Corto,
fiorami verdi, schiena scoperta. Insomma, da grande.
Lo aspettai così,
sul dondolo dell’albergo, lisciando un ciuffo iodico, la pelle bollente e gli
occhi alti, lontani da quei piedi bambini. Una sera al profumo di chinotto.
Dopo la cocomerata,
si ballava. Gli adulti ritirati a fumare di fianco alle palme nane, con i posacenere
Peroni sulle ginocchia. A noi il tabacco dava fastidio, ci passavamo davanti
respirando con la bocca, diretti al centro della pista: mezzo metro di cemento
blu tra la lavagna del ping-pong e le cabine doccia.
Sapevo che
era il mio momento, ero pronta. No
diggity il segnale giusto per cercare la sua mano asciutta.
Gli ultimi
giorni al mare lontano dal mare.
Li passai
mappandomi i nevi al neon del bagno cieco.
Un fiore di
citiso e un seme di anguria. I memorabilia per ricordare Christian, e il coraggio
che mancò.
domenica 31 gennaio 2016
Labile
Qualcuno mi
ha detto che è questione di geni.
Io non lo
so.
So che ho un
gatto appeso dentro.
Nel
movimento lacera, nella stasi affonda. Questi artigli un po’ li voglio e un po’
li maledico. Forse sono nati prima loro, e mi ci hanno costruita attorno –
penso – così li rispetto.
Ma il peso
della bestia cresce. Come la stazza di un satanico famiglio che devotamente
ingrassa: è il suo compito.
Allora pompo
la muscolatura, inarco la schiena. Convivo con l’ospite extrauterino in equilibrio
labile.
Aspetto di vedere
il pelo che soppianta la pelle. La metamorfosi totale.
Sarà tutta
pace, o niente pace.
Sarà la
notte che viene, e io vedrò lo stesso.
martedì 26 gennaio 2016
Il sogno americano
Per me
Hollywood dice il vero.
Lo so che è
credere all’iperbole, ma la fede è cieca, cosa ci vuoi fare. I need to believe in un mondo dal
cinismo king size, mi fa bene al
cuore. E quando metterò piede negli U.S.A. voglio ritrovare tutti i
comandamenti della film industry, a
partire dal fatto che gli angeli esistono, e si fanno di crystal meth.
This is fuckin’ awesome.
Vorrei dirlo
davanti a galloni di latte intero, mentre i tombini eruttano fumo, le sirene berciano
e alla tivvù danno solo Seinfeld. Saprei scandire «bin-go», chiamerei più volte
al giorno il 911, lascerei a metà ogni dannato hot dog.
Però, alla
fine, diserterei la metropoli analogica per un cammeo fra le pagine di Raymond
Carver: un divano in giardino, il tarlo di pensieri a schiera, bere bourbon e Prozac in un bar hopperiano, battere
a macchina ditirambi saffici ispirati al bipolarismo della vicina che defeca
ogni domenica nel mio roseto.
Un giorno
armerei il cane, sì, andandomene anzitempo per il gusto di non saldare il
derattizzatore. Ma l’alba sulla periferia romanza di Cisco avrebbe già amorevolmente
scaldato tutta la grandezza del mio sogno americano.
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