martedì 26 gennaio 2016

Il sogno americano

Per me Hollywood dice il vero.
Lo so che è credere all’iperbole, ma la fede è cieca, cosa ci vuoi fare. I need to believe in un mondo dal cinismo king size, mi fa bene al cuore. E quando metterò piede negli U.S.A. voglio ritrovare tutti i comandamenti della film industry, a partire dal fatto che gli angeli esistono, e si fanno di crystal meth.

This is fuckin’ awesome.
Vorrei dirlo davanti a galloni di latte intero, mentre i tombini eruttano fumo, le sirene berciano e alla tivvù danno solo Seinfeld. Saprei scandire «bin-go», chiamerei più volte al giorno il 911, lascerei a metà ogni dannato hot dog.
Però, alla fine, diserterei la metropoli analogica per un cammeo fra le pagine di Raymond Carver: un divano in giardino, il tarlo di pensieri a schiera, bere bourbon e Prozac in un bar hopperiano, battere a macchina ditirambi saffici ispirati al bipolarismo della vicina che defeca ogni domenica nel mio roseto. 
Un giorno armerei il cane, sì, andandomene anzitempo per il gusto di non saldare il derattizzatore. Ma l’alba sulla periferia romanza di Cisco avrebbe già amorevolmente scaldato tutta la grandezza del mio sogno americano.

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