Lasciai
tutto lì. Una rete di clementine senza semi, qualche kiwi e un vasetto di olive
nere “toste”, quelle per infarcire l’agnello sacrificale. A casa dribblai
qualche manrovescio, e per non mandare al diavolo il pranzo di Pasqua qualcuno corse
indietro a recuperare la sporta, svenuta sul sagrato della parrocchia.
Negata l’assoluzione,
corsa via dalla cabina dei penitenti (uno stabbio canforato) assaporavo lo
spavento del libero arbitrio. Poco dopo – dannata, scomunicata, reietta – le
corse sul Booster annusandogli i capelli, Strawberry Fields Forever cantata tappandoci le bocche.
Con cosa hai
fatto pace, ragazza?
Con niente,
in vita mia.
Ma oggi, al
mattino, perdono sempre le mie guance alla Ribéry. È un rito che riporta al
linoleum del liceo, alla conta dei comedoni con le amiche del Leibniz-ripasso,
monadi adolescenti truccate male, il cuore avvolto stretto nella stessa kefiah.
Sta per
iniziare un nuovo anno. Non so cosa mi aspetta e penso a loro. Siamo sparse per
il mondo – questo mondo che giudica –, lontane e legate. Le amo, e mi mancano.
Come il vento sulla faccia, quando cantavo «vivere ad occhi chiusi è facile».
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