Il primo enchanté con la morte fu la dipartita di un amico dei miei - l'uomo dall'orecchio spappolato.
Avevo sette anni, partecipavo a una cena tra adulti in una casa di legno e cristallo; fissai tutta sera la parlantina di quel tipo, che pareva fluire direttamente dal suo immane padiglione auricolare sinistro (o da quel che ne restava).
Due giorni dopo sentii i miei dirsi, in cucina, le frasi tristi del cordoglio e capendo che si trattava di Lui piansi.
Prima del suicidio di Janos.
Prima dell'eutanasia a Theo.
Prima del bacio gelato ai nonni.
Prima ma prima, le lacrime dure per l'ignoto.
In cucina ci stavo andando per il dolce. Me lo presi comunque e, quatta, andai a gustarmi la gubana dello strazio. In cameretta, davanti alla collezione di smalti, dentro alle calzamaglie bianche.
"Un brutto male alle corde vocali".
Com'era possibile. Era allegro. Raccontava, felice, pulendosi il frico dalla barba. Neanche un sospetto. Un unto, una sbavatura di paura.
Me lo sognai, la notte stessa e un bis di quelle a seguire, con un traforo aperto nella trachea. Il timbro metallico, diceva di non preoccuparmi.