mercoledì 30 dicembre 2015

Ho fatto pace

Lasciai tutto lì. Una rete di clementine senza semi, qualche kiwi e un vasetto di olive nere “toste”, quelle per infarcire l’agnello sacrificale. A casa dribblai qualche manrovescio, e per non mandare al diavolo il pranzo di Pasqua qualcuno corse indietro a recuperare la sporta, svenuta sul sagrato della parrocchia.
Negata l’assoluzione, corsa via dalla cabina dei penitenti (uno stabbio canforato) assaporavo lo spavento del libero arbitrio. Poco dopo – dannata, scomunicata, reietta – le corse sul Booster annusandogli i capelli, Strawberry Fields Forever cantata tappandoci le bocche.

Con cosa hai fatto pace, ragazza?
Con niente, in vita mia.
Ma oggi, al mattino, perdono sempre le mie guance alla Ribéry. È un rito che riporta al linoleum del liceo, alla conta dei comedoni con le amiche del Leibniz-ripasso, monadi adolescenti truccate male, il cuore avvolto stretto nella stessa kefiah.

Sta per iniziare un nuovo anno. Non so cosa mi aspetta e penso a loro. Siamo sparse per il mondo – questo mondo che giudica –, lontane e legate. Le amo, e mi mancano. Come il vento sulla faccia, quando cantavo «vivere ad occhi chiusi è facile». 

domenica 29 novembre 2015

punto G

Sono alla ricerca del mio punto G.
Lo confesso: ho trentadue anni suonati, e brancolo ancora nel buio.
Ogni tanto, sfogliando gossip mentre la tinta attacca, mi consola quel joker della Ventura, o la pettoruta Venier, donne (s)fatte che, nonostante il pedigree paillettato, il cimax non l'hanno ancora raggiunto.

Sarà che sbaglio tutto.
Sarà che, complice il guru interiore, non ispeziono la mutanda e volgo all'iperuranio.
Sarà quel che sarà, ma io questo brivido lo pretendo  e a Doris Day ho sempre preferito Raf.
E sì che ho ben chiaro ciò che cerco: galvanizzare la mia esistenza, darle una botta di corrente continua con sorgente interna, stabilizzata e resiliente. Qualcosa che somigli a uno scopo serio ma luccichi come gli ori turchi che infoiano le gazze.

Pensare che pure mi accontenterei di una "G" semplice, ignorante, da bar.
Ginseng, guaranà, ginkgo biloba...
Ma anche quelle mi vengono a noia, dopo una subdola palpitazione che, spacciandosi per sussulto mistico (il riconoscimento di una corrispondenza, fosse anche in tazza grande), è solo una banale tachicardia vascolare.


mercoledì 2 settembre 2015

Focaccia all'olio

Mi butto di testa, con slancio, nel crogiolo di varia umanità dell'ipermercato cittadino.
Le vacanze, chi le ha fatte? Son tornata ruvida peggio della spugna di luffa che ciondola nella doccia, la routine incardinata nel cuore con quattro colpi di mitraglia nell'atto subitaneo dell'impostazione "centrifuga costumi 800".

Cerco con l'avidità di una faina incaponita la dannata Focaccia all'olio da mettere sotto ai denti in serata, ché il frigo è vuoto e anche i fornelli non sono tentazione gradita, oggi.
Passo davanti alla macchinetta del caffè, giusto accanto ai tampax e alle gazzose "tutto 1€", e li vedo: il menomato con la fronte incassata, l'obesa coi capelli fucsia, il nonno incerottato.
Sono le anime buie e stanche della mia Leonessa, che se tanto mi dà tanto non hanno mai lasciato le corsie di yogurt e pancette coppate.

Mi sento a casa.
Mi spunta il sorriso.
Condivido la gravità del vivere con queste quattro facce storte.
Bentornata a me.

lunedì 13 luglio 2015

Estinzioni

Oggi fa caldo, caldissimo. Siamo nell'occhio del ciclone bollente e africano.

Oggi penso a tutti quegli oggetti destinati a scomparire. Forse perché io per prima mi sento gocciolare via, stilla a  stilla, peggio del vapore di un hammam marocchino.

Sì, vabbè: penne stilografiche, audiocassette, gomme abrasive, pellicole fotografiche... E' facile l'elenco degli strumenti che, nel "condizionamento digitale", sono entrati nei cassetti prima e nelle pattumiere poi.
Io però sto pensando ad altro. E, man mano che ci ragiono, non sono più sicura di voler parlare di "cose", quanto, piuttosto, di identità. Le pelli vecchie che ci scivolano via di dosso, senza quasi che ce ne accorgiamo.
Tuttavia - ecco l'assurdo - restano le cose ad informarci, meschine, di questi cambiamenti sotterranei. E lo fanno con la spudoratezza di chi, vedendoti uscire dal bagno con la lampo aperta, senza accortezza né complicità, spiffera ai quattro venti la tua miseria estetica.

Adesso che mi raccapezzo - in una sequenza di pensiero a scatti, a rate, "a respiro" insomma - è stato un flaconcino smerigliato, stamane, a farmela sotto il naso, innescando questa bizzarra catena analogica di Estinzioni.
Una boccetta di speziatissimo patchouli, finitami in mano per caso nel cercare un pettine a denti larghi, frugando propriamente alla cieca. Salta su, la testa alta e fiera e tondeggiante nella presa tra indice e pollice. Capisce subito che, da tempo, (ma da quando?) me la faccio con l'idrolato di rosa damascena; l'ha sempre saputo ma aspettava la rivincita, il poter tornare alla luce, anche per poco, anche così - strozzata dalle mie mani nervose - e urlar di sdegno.

Che fine ha fatto la mia identità pepata e pungente? Com'è che ho limato all'osso le note di testa per accontentarmi di una coda blanda e corroborante?
Ah, le ere dell'io...


mercoledì 3 giugno 2015

come un Dentice senz'acqua

E' già giugno. Ed io mica me n'ero accorta.

Strappo via le pagine arretrate del calendario, poggiato sbilenco sulla scrivania, e capisco che la sua posizione orizzontale è già un indizio concreto del mio "tempo sospeso". Un tempo lasco, da guardare in tralice e lasciar scadere sotto pile di cd e libri di terza mano.
Mi sento un po' Chuck Noland e un po' Jack Lucas. Un misto tra naufrago e clochard, insomma, ancorato a certezze provvisorie con mani livide su cui spicca, nocca dopo nocca, un hold fast indelebile.

Attorno si parla di vacanze, ombrelloni e doposole, incastri aerei, cellulite e trikini.
Mentre io il mare me lo porto dentro. Con la faccia incazzata di un Dentice qualunque, che senz'acqua sta peggio del solito.
Ma non si lamenta troppo. Perché non pensa ad altro che al suo muso gaglioffo. Incerto tra l'amarezza di trovarsi brutto e l'incaponimento nel discrearsi un po' di più, per godersi l'eremitaggio.

Comunque, per sicurezza, mi tengo lontano da Silvia Plath - periplo incosciente di un cast away -.
E tento di portarmi al passo, un'orma alla volta: stasera cotechino e taragna. Ché il dentex-dentex gourmand sta ancora digerendo el panetùn.

lunedì 16 marzo 2015

tra Curcuma e Cerette

Voglia di scrivere saltami addosso.
 - E' un sintomo grave, dottore? -

Accendo e spengo il pc, con un romanzo a metà, i blog che languono e la scusa che "di scadenze mica ce ne sono". L'importante è leggere (e sì, almeno quello lo sto facendo. Compulsivamente).

Quando ti cade in testa qualche grossa tegola, e non ti sei spostato, tendi a restare così: galleggiante, sospeso. Convinto di aver carpito in qualche modo il senso profondo della vita, perché hai provato dolori acuti e lancinanti, e non ne sei morto. E adesso sei sicuro che il distacco, il divertissement siano i motori guida del tuo andare a casaccio.

La verità è che ti stai riprendendo. E sei in modalità "attesa".
La verità è che hai ridimensionato tutto, persino il concetto di 'ridimensionare'.
La verità è che nessuna Verità esiste. Che del concetto 'trova un senso' non te ne frega un cazzo: vivi, respiri, ridi: tanto basta.

Insomma, esisti solo tu. Col tuo sorriso da Buddha beffardo.
Le tue giornate a volte veloci, altre letargiche. Ma che comunque - non te ne capaciti - profumano allo scoccare di ogni secondo.

Solitamente di curcuma e cera d'api.

mercoledì 14 gennaio 2015

le Barricate

Quando mi accorgo che non riesco a dare una svolta alla mia vita, che sono impantanata in un punto fermo - nonostante sforzi titanici per contrastare l'omeostasi di uno status quo non richiesto - mi viene il nervoso.
E' qualcosa che tracima le "paturnie" stile Hepburn  e sfocia in vendetta (banale e sottile) che trova la sua epifania nelle esistenze degli altri. Ad esempio: ieri ho percorso le strisce pedonali di un incrocio rovente alternando corse a balzelli e, arrivata all'altro capo della strada, ho premuto la chiamata del verde per l'attraversamento. Ero già a destinazione, sana e salva, benché ansante. Dunque: perché?
Vendetta, appunto.
Inutile, infantile ed un tantino psicopatica.
Comunque, sempre un'intromissione nello scorrere di un pugno di vite lanciate a tutto gas verso chissà quali mete. "Ebbene, per qualche secondo vi fermerete. Starete lì".

Ci dicono che, come esseri umani, dobbiamo tener conto di passioni e pulsioni, e di iniziare poi ad agire fuori dalla nostra mente, nel mondo reale.
Perché è lì che succedono le cose, è quello il posto in cui possiamo intervenire per dettare il nostro destino, giocando abilmente le nostre carte.

Ma io sento la pressione delle Barricate.
Quei muri onirici che di notte sgretolo con la sola forza di un pensiero - l'ombra di una pistola nel buio diventa il muso di un setter pezzato; il precipizio senza gravità è uno scivolo d'acquapark - e di giorno, invece, svettano minacciose come il nero cancello di Mordor.
Sono quei timori nascosti che, nutriti a tradimento, finiscono per realizzarsi.

Grigie profezie.
Da prendere a picozzate senza remore.
Con tanto di calli alle mani, e sorriso da Joker sul volto.