venerdì 26 giugno 2020

Pàpole

Il copriletto rosa parla alle losanghe dell'armoire.
Si dicono cose che hanno visto, a tratti anche sfiorato. Giornate malate e notti d'amore. Soli vuoti e lune ridacchianti.

Dei miei nonni erano queste suppellettili. All'intenzione di darle via gridai che sarebbero state mie, mie di diritto e di rovescio.
Ho stravolto la stanza, per ospitarle, ché le falde di mogano sovrastano lo spazio, si passa a malapena, e il drappo fuori misura straripa sulle doghe giapponesi.
Meritavano almeno un'altra vita.

La casa avita, un litigio.
I muri non servivano alle camere ma al giro d'isteriche arie; negli ultimi giorni, al silenzio sordo della tivvú sempre accesa.
Però quei pochi metri di sonno vicino al bagno: lì a volte loro scherzavano. Un canto, una pacca sulla coscia, lei si profumava di colonia lui scorciava il baffo. "Che belle pàpole che hai Clara", le diceva, per dirle il seno nobile alla stregua del frutto che allappa.

A nespole ignude sto io, nell'oggi, cresco il figlio per farlo maturo, da suggere.