In attesa di
uscire dall’incubo del numero primo, pareggiavo la prima cotta estiva.
Meno
quindici ai dodici anni. Pinarella di Cervia, hotel Prater, camera mansardata –
la 373, incisa su un lingotto di pirite –, Vivo
o morto X a spianare la rena.
Nella mano
destra due paguri (la mancina per il cocco-bello), giuravo odio ai sandali di
gomma scalciando la spuma dei cavalloni, a riva. Il vestito ce l’avevo. Corto,
fiorami verdi, schiena scoperta. Insomma, da grande.
Lo aspettai così,
sul dondolo dell’albergo, lisciando un ciuffo iodico, la pelle bollente e gli
occhi alti, lontani da quei piedi bambini. Una sera al profumo di chinotto.
Dopo la cocomerata,
si ballava. Gli adulti ritirati a fumare di fianco alle palme nane, con i posacenere
Peroni sulle ginocchia. A noi il tabacco dava fastidio, ci passavamo davanti
respirando con la bocca, diretti al centro della pista: mezzo metro di cemento
blu tra la lavagna del ping-pong e le cabine doccia.
Sapevo che
era il mio momento, ero pronta. No
diggity il segnale giusto per cercare la sua mano asciutta.
Gli ultimi
giorni al mare lontano dal mare.
Li passai
mappandomi i nevi al neon del bagno cieco.
Un fiore di
citiso e un seme di anguria. I memorabilia per ricordare Christian, e il coraggio
che mancò.