In queste stanze di penombra si russano ore brevi, prima e dopo aver visitato la malattia.
Fuori di loro c'è Milano. Cubicoli di case, mozziconi d'erba, rumore sporco, gente che non ti vede.
Sono su un letto di pietra, guardo un lavandino con sgabello, immagino lei che sotto di me, qualche piano più giù, riposa male tra i tubi.
Non ho tagli sulla pancia ma sento che ci hanno aperti, per tagliar via l'ignoranza di una vita senza drammi: quando ti lamenti del caffè tiepido, delle albe con la pioggia.
Ripenso a Zacinto, a quelle sacre sponde che mai più toccheremo, come fossero un fiore velenoso.