martedì 14 novembre 2023

Giacinto

In queste stanze di penombra si russano ore brevi, prima e dopo aver visitato la malattia.

Fuori di loro c'è Milano. Cubicoli di case, mozziconi d'erba, rumore sporco, gente che non ti vede.

Sono su un letto di pietra, guardo un lavandino con sgabello, immagino lei che sotto di me, qualche piano più giù, riposa male tra i tubi.

Non ho tagli sulla pancia ma sento che ci hanno aperti, per tagliar via l'ignoranza di una vita senza drammi: quando ti lamenti del caffè tiepido, delle albe con la pioggia.

Ripenso a Zacinto, a quelle sacre sponde che mai più toccheremo, come fossero un fiore velenoso. 

martedì 3 ottobre 2023

Furore

Fcevo il bagno contando i minuti di libertà, dentro alla piscina contornata da palme e mistràl, e cicale esaurite.

Una bracciata, una boccata di carote à la moutarde risalente al pranzo (troppo) recente.

Il blu di quel cielo è talmente finto da ricordare le tele della più bella Odigitria messianica. Mi sentivo così nell'ammollo di un battesimo fresco, di una possibilità liquida - reale, ma imprendibile.

A metà nuotata, arrivavano. Madre padre gemelle. Una famiglia. Fasciati entro t-shirt anti uv, iniziavano giochi allegri nel cloro, con baci, tuffi morbidi, "mes petits délices". 

Qual è la verità dei rapporti consanguinei? Li caratterizza la dolcezza sublimata o li bilancia l'irriguardoso senzafiltro? 

Li sbirciavo. Collocandomi con peccaminoso dispiacere nella sfacciataggine dei peti liberi, dei morsi sui lobi, le sgridate a vena aperta, tanti cristo, qualche demenzialità, peda(la)te qui e là. 

Senza invidia, ma sotto quel sospetto riservato ai sinonimi della perfezione, alle figure arcane (meritevoli d'epigrammatici studi, e sguardi), filtravo. 

Niente da fare: sono quella del furore: i finti ammazzamenti e la foga degli abbracci che fanno male. 


domenica 13 agosto 2023

Estranei

Le famiglie d'estate in montagna. Disabituate all'ambiente verdone, aliene alla pulsatilla, al bastone chiodato, al silenzio e al sudore colato negli occhi per salite senza cima addosso a pietrume masticato lento da venti sempre freschi. 

Si muovono in finte cordate negando il precetto del saluto al passante; rimuginano tra loro accidie parentali, acuminate dal fastidio dell'abbigliamento sbagliato, litigando ad annusate, a pestate di calcagno: "Scusa ma vaffanculo". 

Pensano occhi bassi cosa ordinare per cena alla baita quattrostelle, pèrdono il camoscio errante che li spia pietoso dalla rupe.

Vogliono arrivare, per poter tornare - al rumore dei propri noti disagi: clacson, Coldplay, cyclette. 

Sono i perenni estranei, di queste vite abbronzate male. 

lunedì 17 aprile 2023

Dattero

Sembra che si vada a rotoli.

La salute rotola la famiglia, rotola.

A non essere tondi-tondi questo trambusto un poco ammacca.

Davvero devo dirmi dattero.

Sento che chi mi prende lascia sagoma, impronta. Mentre sarebbe fico essere un durian, con quel bastione aculeiforme, la sembianza aliena.

Il riflesso nello specchio è quello d'un seme. Meglio, una fava carrubacea. Sarà vera l'immagine, mentirà la prospettiva? 

Ho voglia di un bagno caldissimo, a disfarmi. Le orecchie nell'acqua, che non sentono. Andate tutti, prego, avanti , andate. 


sabato 18 febbraio 2023

Carnevale

Ero sempre malata a Carnevale.

Vestivo da mago poi mi spogliavo e dal letto guardavo la tunica blu appendersi all’armadio con l’angoscia degli abiti dei morti: vuoti, molli.

Carnevale freddo, tranne oggi che il sole c’è. I figli sono malati, io scrivo poesie su carte da parati.



giovedì 26 gennaio 2023

Butirro

Quanto grasso mettevo nei pirottini del mattino.

Mi alzavo quasi di soprassalto, sentivo già irresistibile sul palato la sofficezza.

Correvo le scale, impennavo la temperatura del forno. 

Levato l'incarto al fondello del pasticcino lo sgozzavo nel mezzo col primo coltellaccio. Prima di ricomporlo, un lato veniva martellato di miele l'altro di butirro profumato (la freschezza della prima neve, la rotondità del fieno ruminato).

Scaldava il tempo del fischio della teiera, poi lo infilavo nella bocca tutto, in piedi, occhi chiusi, ansando. 

Forse rientravo nella pancia di mia madre, per una dozzina di masticature, durante quegli anni tiepidamente scivolosi