lunedì 8 ottobre 2018

Ginestra


Dicevi nomi di fiori a caso. 
Ora ricordo.

In un momento solo arrivano tutte le scene da cui ho saltato i voli erbicoli dei sogni passati. Piante un po' liane un po' pioppi. Davanzali di marmorino. Reti alla ruggine rampicante. Piccoli giardini pendenti, con ali di chaise longue e piscinette gonfiabili.
Tu dicevi nomi di fiori a caso. In sottofondo. Ogni volta, il fischio dell'acufene, il silenzio, poi la tua voce: "Ginestra, citiso, aquilegia, borraggine, nigella, yucca".
Io premevo le gambe come un pulsante e hop. Su in alto - dal basso o dall'alto, più su. La sensazione d'essere solo testa, o solo corpo, a seconda di dove posassi lo sguardo (sempre, cercandoti).
Un dettaglio di cielo, volandoci dentro, poteva riportarmi alla colonia azzurra della nonna; e allora quel sogno svaniva, ne iniziava un altro. Ma se incollavo me stessa alla tua Ginestra, all'occhiello dell'amo, se ripetevo anch'io le talee botaniche, continuavamo così. Tu voce, io ginnasta. Senza un dove, solo spingendo; nessuna fatica, e tutta la zavorra del mondo.
Spesso quella era solo il mio braccio. Schiacciate le vene, al risveglio, da un grumo di peso: non averti lì.

sabato 9 giugno 2018

La flogosi

"Cacca o pipi?"
Mi guardi torvo.
"Cacca".
"Allora, allora mi dispiace".
Ho otto anni sono alla terza Kinder délice e sento che il mio corpo è composto all'ottanta per cento di merda. Marrone l'unico colore cui riesco a pensare, ci tinteggio ogni oggetto della tua stanzetta. Dal pupo in pannolenci al SuperTelegattoneMiao.
"Mamma vuole che gli ospiti vadano nel bagno di mio fratello, quello si può usare. Ma niente cacca, la cacca non vuole, puoi fare tanta pipì ma la cacca no".
Cacca cacca cacca.
Dimmelo ancora dai. Dirla, almeno, fa sollievo.
CACCA.
"Ma a me scappa. Tanto, tanta". Può darsi parli il sudore sulla fronte, raggruppato in piccoli stronzi sferici, scivolante nel tipico moto verso vacuum. Sarei più contegnosa, di solito.
"Vai a mollarla a casa tua".
Vedo me accucciata su un sacchetto Despar da colmare e mollare al primo tassì - "via delle Grazie, grazie". Potrei pagare in Zigulì. Impegnare la gamba destra di Barbie-modella-monella-bella (nonno ha lo zampetto di coniglio alle chiavi della motoretta, magari vale).
Poi, m'assale la paura rabbiosa. Penso a papà al suo fresco unguento maleodorante a mamma che feroce smacchia mutande a quella parola che chiude il cerchio di sederi infiammati, marsiglia grattugiati: "Che ti venga La flogosi". 
E prot.

domenica 13 maggio 2018

indigena

Le stelle erano sette. Il firmamento privato, i milioni ridotti a una mano più due dita. «Sette». Possono bastare - pensiero sottovoce, in sottoveste. 
Quando è mattino, quando fruscia il bilancio delle persone cui poter urlare «sto a terra: prendi il cric, rialzami», s'immagina la scena. E mai è girata in pigiama col fiato stracotto i capelli un nodo il soffitto negli occhi. Io non sono in déshabillé. Sono Cate Blanchett nel piano sequenza più lucente, ho mangiato un diamante. Per dare sangue blu al drama - sempre proletario, sempre impolverato, per sempre comedogeno. 

«Ma a loro sette basto, io?».
Voglio i sette per me, esigo la relazione biunivoca, adesso.
Ora che sono Alessandra, è quasi pomeriggio, sto scontando l'hummus nel ventre. 

Questa povertà gonfia diventa recinto. «Mio». Tutto quel che serve e dura mai. Enumerare sbagliare riprincipiare. La flatulenza del vento tossico, (p)ossessivo.

mercoledì 31 gennaio 2018

Ho

Una palla rossa, nel mio giardino.
Qualcuno non vuol giocare più.
Resti lì tra l'erba secca, a candire.

L'occhio malvagio, ho: pretende marcisca. 
Ricorda quando c'eravamo tutti senza sapere d'esserci - eravamo a caso, nella grande casa. 

Ma eravamo, ed eravamo tutti, si poteva contarlo.