lunedì 8 ottobre 2018

Ginestra


Dicevi nomi di fiori a caso. 
Ora ricordo.

In un momento solo arrivano tutte le scene da cui ho saltato i voli erbicoli dei sogni passati. Piante un po' liane un po' pioppi. Davanzali di marmorino. Reti alla ruggine rampicante. Piccoli giardini pendenti, con ali di chaise longue e piscinette gonfiabili.
Tu dicevi nomi di fiori a caso. In sottofondo. Ogni volta, il fischio dell'acufene, il silenzio, poi la tua voce: "Ginestra, citiso, aquilegia, borraggine, nigella, yucca".
Io premevo le gambe come un pulsante e hop. Su in alto - dal basso o dall'alto, più su. La sensazione d'essere solo testa, o solo corpo, a seconda di dove posassi lo sguardo (sempre, cercandoti).
Un dettaglio di cielo, volandoci dentro, poteva riportarmi alla colonia azzurra della nonna; e allora quel sogno svaniva, ne iniziava un altro. Ma se incollavo me stessa alla tua Ginestra, all'occhiello dell'amo, se ripetevo anch'io le talee botaniche, continuavamo così. Tu voce, io ginnasta. Senza un dove, solo spingendo; nessuna fatica, e tutta la zavorra del mondo.
Spesso quella era solo il mio braccio. Schiacciate le vene, al risveglio, da un grumo di peso: non averti lì.

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