martedì 1 gennaio 2019

Haché

Le mie preghiere erano assenti. Così ho smesso. Ho amputato.
Haché.
Il suono si uno "sciò" fatto al vento che disgustato del rifiuto rientra in bocca, velenoso la sciacqua. La voce che zittisce col sibilo bastardo, per non sprecare parole (non ne ha voglia).
Poi niente più messa alla domenica, poi. Divieto di confessione. Poi.
Chi entra nel loculo dei cori da libretto, chi (ancora?) commuove al Cristo legnoso mi dà fastidio come le coppie che zonzano per le vie di città nuove tubando "che bello che bello che bello". Li guardo, tutti, cattivamente.
Ho altri occhi ho nuovi buchi e non chiedo. Non prego.

Qui, tra giovani ricchi e russi pallidi fino a essere luminescenti, qui ho seguìto un vecchio nel ghiaccio. È cieco e si fa servire da un cane senza razza col muso crosto, un bel cane chiaro che lo guarda mai ma implora i passanti: ha bisogno lui di venire visto.
Fatto il giro dell'isolato, schivato botti inesplosi e pellicce; silenzio compresso su 19 minuti.
Rientrato, il vecchio si è portato agli ascensori. Non ha trovato il tasto e ha tastato la parete col palmo, prima poco pigiando, dopo carezzando violento porzioni immense di muro quasi a dire "perdonami ma apriti".
Non lo abbiamo aiutato, me e lui, ed è durato parecchio, tanto che ha potuto dirmi che nella cattedrale a volte piscia, lo lasciano fare - espleta come le cagne: accuccia.
Volevamo piangere. Ci siamo estesi, di spalle.
Haché.


* haché ‹ašé› s. m., fr. [part. pass. di hacher «ridurre in piccoli pezzi mediante un’ascia»]

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