Sono famiglie arrabbiate, sciabattanti, quelle del Trocadero.
Un manovale, al sole delle quattordici, gratta via la terza stella dell'hotel, nella ferraglia e nell'odor di fritto. Gli fa quasi un favore, e loro, le famiglie, respirano grate quel pulviscolo rugginoso avendo lo sconto al cappuccino serale, causa declassamento.
I bambini nella brutta smorfia delle botte da insoddisfazione. Le mamme con la tinta sbagliata fatta nella vasca da bagno. I padri contenti del loro cazzo (ancora) gonfio come il ciuffo phonato sulla pelata. Stanno scegliendo se in serata sarà il risciò o il gelato, perché in cinque bisogna scegliere e già questa vacanza di nove giorni al Trocadero-frontemare è costata "un botto". E porteranno sul pianerottolo di casa le loro ustioni, le stimmate dei costumi cinesi, fieri.
Io curo ad Augmentin le placche in gola dei figli. Mi trascino randagia e demente tra vie senza marciapiedi, di erba e sabbia insieme, ancorando mani piccole, bollenti, superstiti.
Sembra di vivere a percezioni, nel caldo di un giugno infame, qualcosa di extraterrestre.
Tanto che vorrei essere nella stanza 26 del Trocadero, vista cucine. A bere una gazzosa bollente mentre sul comodino slametto malamente l'inguine; e lui, dal bidet del bagno cieco, urla con il labbro libero dalla sigaretta cencia che "no, figli manco se m'impicchi".