sabato 18 novembre 2017

G come girami l'arrosto per favore

ché ho le mani d'inchiostro
e il vitello epigrammatico
è indigesto.

Torna a trovarmi croccante
rosolato, ben
tenuto.
Torna tardi.

Sarò grassa forse stanca, offrirò
denti alla tua merenda.
Per non ridere più
senza te
accanto.

sabato 23 settembre 2017

Finestra

Sulla moquette, scalze.
Fronte al soffitto parlavi e parlavi, neanche a me, parlavi e basta, prove d'attrice davanti allo specchio basso montato nell'anta doppia dell'armadio. Sempre aperto, lui, con abiti in tripla fila grucce fatalmente appese a spigoli poverissimi. 
Storie di notti con dentro storie di una notte. Guardavi in su, come a ricordare lontano - ed era mattina, eran passate poche ore, facevi la colazione all'incontrario per poi andare a letto. 
Il tubino nero salito ai fianchi. Le mutande tra le natiche, tirate giù in fretta, doppiate dal paio comodo. 
«Poi mi ha fermata con uno strattone: non è che mi vuoi scopare?», ridevi. Scuotevi la testa aiutata da mani improvvisamente impacciate guantate di glitter. 
Poi silenzio. Ti gettavi sulla coperta bianca senza coprirti. Subito, il sonno dell'oblio.
Restavo io. Col pensiero di una estate diurna (cosa farne, di così tanto tempo sveglio?) allacciato alle fibbie dei tuoi sandali vissuti nel buio.
Andavo alla finestra, piano. Si vedeva il bosco grigio. Il caldo rubava l'odore all'orto nella stagione del pomodoro. Aveva i suoi miti - le code secche dei setter, i semi del melone, il tuono dei trattori. E i suoi mostri: uomini nudi stesi a terra da ramazze di saggina rubate alle ceneri dell'inverno.

giovedì 3 agosto 2017

Esantema

Ho sognato che mi tagliavi i capelli, me li tagliavi male. 
Con un rasoio da barbiere sfoltivi alla sommità, sciolto nel fervore apollineo: la ricerca di una geometria da mattatoio. 
Ti vedevo gli occhi, riuscivo a vedere solo quelli. Li sbattevi di continuo, come fanno quegli animali a sangue freddo che sono prede ma paiono predatori truci.
D'un tratto avevi sonno. Ti fermavi, paralizzato nelle pupille verdi - "mamma", gemevi, col tono dell'affogato all'affogatore. Raccoglievo il tuo corpo grande, il peso di una cavalletta o poco più. Come una mamma ti baciavo, dai piedi alle orecchie, avanti e indietro e lo sapevo, ne ero certa, non eri il mio bambino.
Sudato, stanco, ripetevi "dimmelo che ho fatto un bel lavoro dimmelo". Così - come una pietà sputtanata, l'esantema della colpa - restavamo a guardarci nel riflesso di un vetro. Tu, rannicchiato sul mio sterno, io, divaricata nello spasmo di contenerti. 

E adesso torna, a svegliarmi a mantenere le promesse a finire il lavoro.
Passami il sale, inciampa la strada, ripetimi quel concetto e spiegami il sogno.

sabato 22 luglio 2017

Durante

Durante una pioggia finta - poche gocce a evaporare prima di cadere.
Notte. Lampi, due tuoni, tutti i sospiri delle bocche agostane strette nel groviglio di coppi tra il monte e la chiesa: "uhhh-daaai-che-piooove". Svegliarsi schiaffeggiando il prurito su cosce martoriate, "tanto adesso viene giù, adesso rinfresca e si torna a dormire". 

Frigoriferi aperti chiusi aperti. Libri aperti chiusi aperti. È stata alba, per ognuno, a palmi asciutti occhi dilatati. 
Il buio schiariva in un grembo di appiccicosa empatia tra usci solitamente incomunicanti. Ci si sapeva sofferenti ci si scusava l'odio piccolo col sudore, con la luce accesa a dire "anch'io come voi". 
Chi ha immaginato la tabaccaia sciacquarsi i seni le ascelle la nuca. Chi pensava sarebbe stato strano-ma-bello uscire insieme in strada imprecando alla siccità per poi bere una gazzosa di quartiere credere "da adesso ho degli amici" fantasticare.

Durante. 
Insonnia ufficiale da afa.
Insonnia ufficiosa da te.

lunedì 24 aprile 2017

Ciclostile

"Portami al mare".
Te l'ho chiesto, hai sgranato gli occhi, ci sono rimasta malissimo. 
La sequenza di chi realizza che qualcosa è cambiato, che il ciclostile ha fatto il suo: non si replica.

Il mare, d'inverno, dicono sia bellissimo. 
Io l'ho visto una volta sola e mi è sembrato l'anfiteatro di un sogno che non si sa come va a finire.

Cammino. Punta tacco, tacco punta.
Come quando non ci meravigliava niente. Potevamo essere. Lo eravamo.