sabato 23 settembre 2017

Finestra

Sulla moquette, scalze.
Fronte al soffitto parlavi e parlavi, neanche a me, parlavi e basta, prove d'attrice davanti allo specchio basso montato nell'anta doppia dell'armadio. Sempre aperto, lui, con abiti in tripla fila grucce fatalmente appese a spigoli poverissimi. 
Storie di notti con dentro storie di una notte. Guardavi in su, come a ricordare lontano - ed era mattina, eran passate poche ore, facevi la colazione all'incontrario per poi andare a letto. 
Il tubino nero salito ai fianchi. Le mutande tra le natiche, tirate giù in fretta, doppiate dal paio comodo. 
«Poi mi ha fermata con uno strattone: non è che mi vuoi scopare?», ridevi. Scuotevi la testa aiutata da mani improvvisamente impacciate guantate di glitter. 
Poi silenzio. Ti gettavi sulla coperta bianca senza coprirti. Subito, il sonno dell'oblio.
Restavo io. Col pensiero di una estate diurna (cosa farne, di così tanto tempo sveglio?) allacciato alle fibbie dei tuoi sandali vissuti nel buio.
Andavo alla finestra, piano. Si vedeva il bosco grigio. Il caldo rubava l'odore all'orto nella stagione del pomodoro. Aveva i suoi miti - le code secche dei setter, i semi del melone, il tuono dei trattori. E i suoi mostri: uomini nudi stesi a terra da ramazze di saggina rubate alle ceneri dell'inverno.

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