Ho sognato che mi tagliavi i capelli, me li tagliavi male.
Con un rasoio da barbiere sfoltivi alla sommità, sciolto nel fervore apollineo: la ricerca di una geometria da mattatoio.
Ti vedevo gli occhi, riuscivo a vedere solo quelli. Li sbattevi di continuo, come fanno quegli animali a sangue freddo che sono prede ma paiono predatori truci.
D'un tratto avevi sonno. Ti fermavi, paralizzato nelle pupille verdi - "mamma", gemevi, col tono dell'affogato all'affogatore. Raccoglievo il tuo corpo grande, il peso di una cavalletta o poco più. Come una mamma ti baciavo, dai piedi alle orecchie, avanti e indietro e lo sapevo, ne ero certa, non eri il mio bambino.
Sudato, stanco, ripetevi "dimmelo che ho fatto un bel lavoro dimmelo". Così - come una pietà sputtanata, l'esantema della colpa - restavamo a guardarci nel riflesso di un vetro. Tu, rannicchiato sul mio sterno, io, divaricata nello spasmo di contenerti.
E adesso torna, a svegliarmi a mantenere le promesse a finire il lavoro.
Passami il sale, inciampa la strada, ripetimi quel concetto e spiegami il sogno.
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