Oggi fa caldo, caldissimo. Siamo nell'occhio del ciclone bollente e africano.
Oggi penso a tutti quegli oggetti destinati a scomparire. Forse perché io per prima mi sento gocciolare via, stilla a stilla, peggio del vapore di un hammam marocchino.
Sì, vabbè: penne stilografiche, audiocassette, gomme abrasive, pellicole fotografiche... E' facile l'elenco degli strumenti che, nel "condizionamento digitale", sono entrati nei cassetti prima e nelle pattumiere poi.
Io però sto pensando ad altro. E, man mano che ci ragiono, non sono più sicura di voler parlare di "cose", quanto, piuttosto, di identità. Le pelli vecchie che ci scivolano via di dosso, senza quasi che ce ne accorgiamo.
Tuttavia - ecco l'assurdo - restano le cose ad informarci, meschine, di questi cambiamenti sotterranei. E lo fanno con la spudoratezza di chi, vedendoti uscire dal bagno con la lampo aperta, senza accortezza né complicità, spiffera ai quattro venti la tua miseria estetica.
Adesso che mi raccapezzo - in una sequenza di pensiero a scatti, a rate, "a respiro" insomma - è stato un flaconcino smerigliato, stamane, a farmela sotto il naso, innescando questa bizzarra catena analogica di Estinzioni.
Una boccetta di speziatissimo patchouli, finitami in mano per caso nel cercare un pettine a denti larghi, frugando propriamente alla cieca. Salta su, la testa alta e fiera e tondeggiante nella presa tra indice e pollice. Capisce subito che, da tempo, (ma da quando?) me la faccio con l'idrolato di rosa damascena; l'ha sempre saputo ma aspettava la rivincita, il poter tornare alla luce, anche per poco, anche così - strozzata dalle mie mani nervose - e urlar di sdegno.
Che fine ha fatto la mia identità pepata e pungente? Com'è che ho limato all'osso le note di testa per accontentarmi di una coda blanda e corroborante?
Ah, le ere dell'io...
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