venerdì 11 novembre 2016

Avvenente

Sai, a diciotto anni iniziai un libro.
Un libro per il figlio che avrei avuto.

Me ne stavo lì, sdraiata fra le chine le carte i bigini della matura, a pensarci. Con la bandana rossa allacciata sulla nuca.
Mi era presa una febbre.

Gli altri dopo il ripasso uscivano. I compagni. A stemperare le tensioni con un goccio, di casino. Io prendevo il blocco e m'appollaiavo sullo scalone del retro, quello che guardava la chiesetta e le pernici.
Non so perché. Mi era presa una febbre.

Lui era lì e io dovevo scrivergli.
Era un'urgenza. Era patetica.
Pagine e pagine a biro che avrei dovuto conservare e rilegare e consegnargli. Al compimento dei diciotto. Per dimostrargli forse che stronza non ero. Non allora. Crimson and clover in cuffia la paglia dietro l'orecchio una croce al contrario pitturata sui jeans.

Comunque, non avevo tempo. Nel senso: sentivo, contro ogni logica, di averne poco, non abbastanza. Dovevo dirgli troppe cose. Affastellate ansiose.
Quasi tutte, prime volte. Insieme. E poi cos'altro. 
Altro non ricordo. Se non che lo immaginavo avvenente, con l'avvenire dentro.

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