Uno pensa.
Che gli vengano
incontro, lo trapassino e alla fine permeino. Qualcosa. Un pezzo di polmone, di
laringe, la cistifellea.
Uno pensa
agli eventi come marchiature. Se anche ti fai i fatti tuoi arrivano, slamano,
ripartono e forse ritornano.
Con questa
scusa certa. Uno aspetta.
Arriva l’ora
che voglio. Poteva essere qualsiasi, invece me la sono segnata.
Le lancette
stanno lì e io mi sento così.
Il foglio lo
appendo, deve stare davanti, lo devo fissare.
Dio bono. Diceva
sempre. Me lo ricordo adesso (chissà perché).
Allora inizio
una serie di croci piccole. Sembrano delle “x”. Leggere e senza senso. Da appenderci
lui.
Poi la
rabbia. Calca, riscalda. Buca.
Il fiatone,
la siccità.
Le lancette
stanno là e io sono sgombra.
Uno tira
sempre fuori. Qualcosa.
Come una
catena di salsicce. Il massimo sforzo e il budello disteso, spinta e arresto.
La peristalsi
del niente. Uno conosce l’odore del vuoto.
Sa dell’acqua
che stagna fuori dalle cabine al mare.
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