lunedì 25 marzo 2013

Berlin Alexanderplatz: una (lunga lunga) storia

Ergo, mettiamoci comodi.
Perché le cose pregnanti vanno fatte (e dette) come si deve.
O quantomeno il mio guizzo analitico è allo sbaraglio, e serve anche.
Ah, la Semantica come cura...

Parliamo di viaggi/fuga - Lei è già stanca, rintanata in un letto/cuccia: sa già tutto ed ha solo voglia di un sonno da regressione -, di quelli che non sono la sola a fare e non c'è vergona a dichiararlo.
Un viaggio "nato male", con una coppia che si lascia, un Cicerone che dà (nolente) buca, un'influenza sotterranea che era meglio esplodesse in febbre invece che consumare le viscere.
Ma si parte.
Si DEVE partire.

Così chiudo a due mandate di porta blindata i "perché mai", gli "oh mio dio" e una buona dose d'insistenti "chissà chissà chissà".
Poco importa che, aprendo l'uscio, siano già qui con me: questa è un'altra storia (scritta ad uopo per i divoratori di cervello), e viene dopo*.
Inforco l'airbus stringendo ben bene le terga, con ampi respiri, ed atterro nella patria del Muro, Berlino.

Come un presagio, refoli d'aria a -10°, con qualche fiocco di neve gelata, circondano la città e la svelano nella sua natura più profonda: altro che capitale più cool d'Europa, qui siamo ai tempi della Cortina di Ferro, il cemento emerge a brandelli nella sua sfumatura madre ricordando certi film sui lager che colpiscono allo stomaco (e il mio è già provato).
La notte sogno intrecci funesti all'ululare di Eolo.

Ne approfitto per stringermi a Lui, e l'intesa affiatata - "sì sì sì, questa è la tua anima gemella, amica, tienitela stretta", vociferava all the time sulle note tematiche di Zoo Station Lei - scalda. Tanto che l'indomani spunta il sole. Non arroventa, io arranco, ma la prospettiva cambia tono.
Si dibatte su una scala di grigio tra il tortora e l'acciarino.

Quando il wc ci abbandona (sgorgando acqua e feci peggio che nei gironi danteschi), la buttiamo sul ridere.
Come due comici tristi che si danno forti pacche sulle spalle per ricordarsi che sentono ancora qualcosa.
Dura un attimo.
Perché propongo del comfort food, e si guadagnano dei bei punti in questa (magra) tabella di marcia.

Nella pancia fiorisce un sorriso, nella testa la conclusione che no, i berlinesi e l'organizzazione museale sono due cose diverse. Avranno pure 51 musei (e vedere quel busto sopraffino, forse valeva il biglietto), però vagare a vuoto non piace a nessuno.
Specialmente se per chiedere indicazioni ci si deve affidare alla proverbiale accoglienza germanica (sostengo sia una questione di lingua: inceppata come un tagliaerba a fasce rotanti, non promette proprio bene).

Varcata la porta degli elefanti si entra in un mondo che trasuda ancora l'opulenza di un passato in cui la grandeur primeggiava. Far concorrenza a Linneo era infatti d'obbligo.
Lo zoo di Berlino mi è comunque piaciuto molto più sulle pagine di Christiane F.: lì stava lo "sballo" vero, anche se scimmie, leoni, elefani e ghepardi parevano essersi fatti anche loro un brutto trip (inequivocabili i segni di una cattività abbrutente).
Quando una piccina s'è avvicinata al vetro dei primati, e un enorme orangutan le è andato incontro, bussando sul plexiglass, tra risa lazzi e frizzi io sono dovuta uscire asciugandomi le guance (riaffermando così che sì, "c'è del marcio in Edonista").



Ingollo qualche altro palloccozzo di paracetamolo, e torno ad affidarmi alla maestrìa di un pilota il cui motto è there's no better way to fly.
(Ri)leggo d'un fiato L'inventore dei sogni, ignorando Lui che avvista le note a pié di pagina (far mente locale: concentrarsi). Me ne frego e torno bambina.
Noto un uovo (sodo? fresco? di gallina?) abbandonato su un sedile. Sta lì, solo. Seduto comodo comodo. Nessuno fa una piega. Io m'interrogo. E quanto, dopo ore, un inserviente lo getta via, impassibile, mi dispiaccio assai.

A bordo, quel pezzo di brie gelato mi sembra la cosa più gustosa del mondo. Gratta sulla gola affranta, ma rimette in vita.
Anche se qualcosa, ahimè, già si muove*.
La porta di casa è ancora lontana, sarà chiusa a chiave, ma quei pensieri cazzuti han trovato la via, e iniziano a muoversi tra le mie sinapsi come vermi del formaggio.

Cazzo ha da sorridere così questa hostess?
Che poi quando distogli lo sguardo ti fà la smorfia di sottecchi?
Che lavoro di merda è il suo, a conti fatti?
E questi qui dietro, così brutti e (pare) così felici? Hanno già due figli e aspettano pure il terzo..?
Ma perché penso queste cose cattive?
Perché anche la tettona dal corpo destrutturato, qui a fianco, mi sembra più fascinosa di me?
E' questo che intendeva Sartre contemplando i propri dettagli anatomici?
Come mai quasi quasi spacco la testa al milanese doc - bitorzoluto e forforoso - in parapetto?
Voglia di cianuro?

Stendo a ripetizione lavatrici su lavatrici, per togliere dalle fibre di lana l'odore persistente e acidulo di crauti e currywurst, e dall'anima questi sentori pesanti.
Pur restando un'indefessa reincarnazione della premenstrual syndrome, cerco la mia sintetica via di fuga dall'Io.

No, non è un altro viaggio.
Nessuna (lunga lunga) storia all'orizzonte.
M'acquatto soltanto dietro l'angolo, e tendo un agguato al blues.

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