Il primo "figlio di puttana" l'ho imprecato davanti a un cardellino.
In gabbia, in taverna, ci giocavo dopo averlo visto nella distanza resuscitare per giorni da una caduta altissima, grazie alle cure del nonno. Finalmente mi ci potevo avvicinare, terminato il suo coma pigolante. Gli feci male per sbaglio, per errore l'ammazzai, già fragile già precario.
La sorella mi denunziò subito, a urlate, da un piano all'altro la sua voce ammanettava, nel disgusto; mentre ancora sorbivo il personale orrore della faccenda.
Immota. Spaventata. "Figlio di puttana!" le sputai, col favore di renderle la mascolinità che nel mondo avrebbe giovato a noi tutte.
Poi divenni anacoreta. Dal sotto del tavolaccio, nascondiglio precario, passai al giardino e da lì al bosco. Furono mezze ore di coraggio e paura, cogliendo marroni inventando sopravvivenze: tornare significava mostrare quella colpa omicida, risentire il tonfo mortale della bestiola sul cartone della voliera dove le notizie del giorno, stropicciate, raccoglievano gli scarti liquidi degl'intestini.
Fu il nonno a ripescarmi, un'altra cella in mano un'altra missione, recuperar lumache. Nulla sapeva eppure mi consolò da una pena che, evidente, arrossava il volto. Nella sua mano affondai il mento e mi perdonai.
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