martedì 4 giugno 2013

V come Vita

Si capisce molto di una persona quando questa si trova a fare i conti con la morte. Reale o figurata, poco importa.

Un affetto che scompare, qualsiasi esso sia, pone davanti ad un baratro, dinnanzi al quale c'è chi salta rapidamente aldilà, zompando subito sull'altra sponda, e chi si ferma sul ciglio, testa china, ad annusarne i bordi. 
Esiste anche chi si cala nella voragine, e lì si perde.
Accade poi che qualcuno, armato di corda e picozza, senta di dover scrutare il fondo più nero, per poi risalire dal versante opposto, trasfigurato.

Io invece mi trovo in subbuglio davanti alla Vita che nasce.
Quella vera.

Cerco di trarne significato, ma resto sempre con un pugno di mosche in mano.
E con la consueta, sottile ansia procurata dalla fragile bellezza sconfinata di un essere che reclama con i suoi vagiti tutto te stesso.
Il mondo pare a suo agio, l'umanità intera culla placidamente i suoi nuovi figli, muovendosi quatta tra istintualià e benigna noncuranza.
A me pare un miracolo grande. Che esige un atto di fede.

Forse è questo il punto.

Il terrore di darsi interamente, senza riserve, come mai prima si è potuto fare. Un imperativo, un Credo al quale non ci si può sottrarre, che nasce biologico dalle viscere prima e imperversa razionalmente poi, impregnando la materia grigia in ogni sua succosa fibra.

Lo stupore sublime di ritrovarsi a pensare "eri di tutti, sei diventato mio".

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