Da piccola odiavo questo gioco.
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Forse perché non lo capivo.
Sicuramente perché era "da grandi", e i grandi non mi volevano mai tra i piedi. Avevo il vizio di parlare loro senza filtri, chiamandoli "ammassi di cacca, piscialletto, cretini, culi all'aria" e via dicendo.
Vedevo in loro i segni inequivocabili dell'adolescenza galoppante, fatta di magliette che tirano sul petto, schiene brufolose, pelurie incontrastate e gonfiori sospetti. E non mi piaceva affatto, come chi guarda corrompersi anzitempo la propria immagine allo specchio.
Quell'andare per cantine, in piena estate, ammassandosi tra libri vecchi e salami appesi, con la scusa dell'umida frescura, m'induceva allo sputtanamento acuto.
Salvo poi pentirmene.
Chissenefrega se Simone, ad un certo punto, lo sguardo da cinese, sudava tutto. Io volevo, per una volta, chiudere gli occhi e scegliere la mia sorte, seduta sulla polverosa enciclopedia Treccani dell'inquilino 33/A.
Oggi pare che, insieme ai vecchi passatempi formativi, siano scomparse pure le estati in cui il sudore, già a fine maggio, trapelando dalle t-shirt ricordava mimeticamente l'odore del bagnasciuga, il crepitio del sole ozioso.
Adesso il sudore si lava via, di corsa. Sa di smog, di uffici, ascensori e scale chiuse.
Quando un'esperienza finisce, non basta il colpo di spugna.
Le mie filastrocche, i bomboloni in riva al mare, i fantasmi della prima sensualità. Vissuti e accantonati, riempiono gli scatoloni della memoria come vecchi tricicli ammaccati. Non si buttano via. Si soffre la colpa di rimpiangerli un po', in questo solleone che desiste.
Tuttavia, con gli occhi tesi all'orizzonte, giunta alla fine di un'avventura, aspetto che ne inizi un'altra.
E gli ultimi cinque anni, passati a trovarmi un posto nella comunità del Dire Fare Baciare, ho deciso di raccontarli.
Oggi mi è toccato il pollice.
Oggi ho scelto di Dire.
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