lunedì 10 dicembre 2012

B, le Bacche di ginepro

Fuori aria rarefatta.
Sembra la calma prima della tempesta.
I gradi sul termometro continuano a scendere, mi regalano la necessaria tempra per affrontare le avversità. Tesa, come il segugio prima del balzo sulla preda, mantengo il cuore caldo, covandolo piano.
Lei mi segue. E' un'ombra che intona qualcosa, una filastrocca, una canzone. Ma non ho orecchie per ascoltarla.
Penso al vigore animale, alla capacità delle creature di resistere a tutto, alla loro innata linfa, grezza e forte. Penso a Windigo, il cacciatore supremo, figlio dell'inverno e della fame.
Penso al bacile di terracotta in cui galleggiavano quaglie, pernici e fagiani nelle notti della mia infanzia. Il sangue denso e selvatico si mischiava al vino scuro, in uno scambio di fluidi reso possibile dai pertugi scavati dal piombo. La casa si riempiva di un odore acuto che faceva sudare la lingua, sbattere i denti nel mimetismo occulto dello strazio di carni succulente. In un angolo, la matassa di piume: la spoliazione della selvaggina, in una cacofonia di colori morti e medievali.
Forse eravamo più animali allora rispetto ad ora. Oggi questi riti si compiono con prudenza, col cuore gonfio di rammarico, la pena di chi s'è abituato al boccone freddo e impacchettato. Sono radi eventi che ci ricordano una spontaneità perduta.
A restituirmi un affresco pieno, a desiderare d'essere, per un attimo, animale braccato eppure libero fino all'ultimo respiro, la fragranza delle Bacche di ginepro. Spezia umile, che insaporisce galleggiando come un onniscente occhio e poi si perde tra gli avanzi. Sa di terra, di lotta e libertà.

Lei mi siede in braccio. Mi cinge le spalle, appoggiandomi l'orecchio sul cuore. Ricomincia a cantare. Sì, ora la sento.

Finchè arriverà il mio momento
Stammi accanto
Col pensiero tu, tu stammi accanto
Sole spento
Tu sei dentro di me

1 commento:

  1. Mi hai ricrodato la mia nonna e i suoi riti che non vedo più da tempo. Aimè.

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