Iniziava a nevischiare.
La sua idiosincrasia andava a spasso con una merla spennacchiata, in cerca di qualche verme del primo inverno.
Tic-tic. Un ramo sghembo sul vetro freddo della camera da letto.
Ciòk. Il caco maturo spaccato sull'erba.
In quel momento, nel preciso istante in cui si sentì fremere d'una gelida febbre (e scuotere vie le coperte era diventato una necessità vitale), capì che era divenuta preda della Semantica Mistica.
Le parole le venivano incontro così: ruvide e tonde, amiche e scorbutiche. Traducendo suoni, palpiti, pensieri eterei e gravi, l'alfabeto l'aveva travolta, deprivandola d'ogni poesia, di tutto ciò che non poteva essere etichettato, indicizzato.
Di sfuggevole, solo il proprio sguardo nello specchio, così spaventato da risultarle estraneo.
Aveva perso il Senso.
Oggi nevica.
Sono passati dieci anni.
Lei guarda in faccia la propria Semantica, ci convive, sembra da un Secolo.
Le mani brasate dal detersivo, quella ciocca di capelli che non sa stare al suo posto, gli occhi liquidi, la maglietta che odora di cucina. Sì, più o meno è sempre lei.
Dentro sé, allo sfarfallìo di uno sparuto pettirosso, intona un laconico mantra: "non sono Emily Dickinson, non sono Emily Dickinson..."
Oggi scrive.
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