sabato 8 dicembre 2012

A come Anatolia

Io e Lei, Lei ed Io. Una donna franta nelle immagini di mille specchi, con indentità sparse e sepolte nei luoghi della memoria in cui ha vissuto. Siamo Noi.

Mi alzo tardi, stamattina, cullata da pensieri non miei: mi rapiscono, spalmano calce compatta sulle sinapsi, soffocandole. Eppure, appaiono immagini il cui Senso richiama al sacro, all'altrove, come se Lei volesse staccarsi da questo corpo sonnolento, dai suoi banali problemi borghesi, e roteare via.
Lei è un derviscio danzanze, prende ossigeno e cresce e si colora dei meravigliosi paesaggi dell'Anatolia. Macchie di conifere, moschee blu a picco sull'acqua, un sole che racconta millenni di Storia e non è ancora stanco d'ardere.
Prendo un biscotto e lo tuffo distrattemente nel tè. Non sono mai stata in quest'Asia minore. Che scherzo è questo? Oggi sono più preoccupata delle mie doppie punte (avvolte una ad una nell'olio di cocco), di un futuro legato al filo di una cornetta che non squilla, piuttosto che di (bizzarre) latitudini geografiche.
Lei, invece, vagola con un sorriso beato da gatta lasciva tra Ittiti, Frigi e Persiani. Un velo opalescente le ottenebra la vista. Forse per questo si muove desta ed incosciente.

Con una piroetta, recupero le briciole della colazione. Un paio di jeans induriti dal lavaggio a secco, cuffia di lana che nasconda la chioma dylandogghiana. Massì, anche un tratto di kajal. In onor Suo. 

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