mercoledì 12 dicembre 2012

C, ovvero le Camelie bianche

E' scesa in giardino, in punta di piedi, tornando adorna di piccole ghirlande ghiacciate che le si sciolgono piano sui lunghi capelli. Con il solito sorriso molesto, s'è appesa al soffitto a testa in giù, sventolando i tendaggi come fossero deboli ali drappeggiate.
E' la Sua protesta alla mancanza d'addobbi natalizi in questa casa.
Lei vorrebbe luci e cristalli eburnei.
Io mi sono limitata ad appoggiare distrattamente qualche Mon chéri su di un piatto a forma di cherubino rubizzo.

Oggi brilla il sole, incenerendo in ogni dove residui di nevischio.
Nel mio animo s'insinua la pace della tabula rasa, delle pulizie dopo le macerie, e godo dell'attimo presente.
Una smorfia davanti allo specchio, e torno la teenager che ero, sempre di corsa, leggera come il vento. E' così che mi sovvengono le Camelie bianche, quelle impalpabili palle di petali che adesso sembrano ovunque. Fioriscono come arazzi intrecciati sui muri, riempiono i bicchieri, colorano di purezza le mie mani arrossate dal freddo.
Un tempo qualcuno mi paragonò ad una camelia, passandomi un biglietto di filigrana sottobanco, ma fu un fiato di cui non mi curai. Adesso recupererei quel viso furbo, quella matassa fulva, per chiedergli perché.

Gli inglesi dicono che la camelia deve rimanere abbastanza aperta, tanto da lasciar passare un uccello in volo.
Oggi la finestra del terrazzo rimarrà socchiusa.
Lei tremerà, come la fiammella di una candela votiva.
Io vi passerò attraverso, più e più volte, come un sussurro adolescente.

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