Sono su di giri, lo ammetto.
E’ che non capita tutti i giorni d’incontrare faccia a faccia il (cinico cinico) Gulliver. Quella montagna di pregiudizi, malignità, cattiverie e veleni che sguinzaglia per il mondo le sue enormi membra, che secolo dopo secolo s’ingrossano nel silenzio della lobotomia mentale.
Lei sente che la Lupa dentro sé è stata violata, ne patisce. Io la capisco, ma sfodero canini luccicanti, pronti a mordere la giugulare del molosso, per nulla intimorita.
“Femminicidio:
le donne facciano autocritica, quante volte provocano?".
Che boutade, quale fiele, quanta misoginia.
Per bocca di un pastore che oggi ha perso molto più del proprio gregge.E’ salito in testa al Gigante, lo manovra destramente tirandone i fili sottili, il burattinaio spezzino, nelle cui vene scorrono cascate d’infecondo sperma.
Si levano al
cielo, insieme ai lamenti di Lei, le voci dell’universo femmineo, ancora una
volta stuprato, ancora e ancora col capo divelto, schiacciato, sfregiato.
Nell’eco di
questi danteschi singulti, qualche uomo si adopra a far loro da (flebile) scudo.
Qualche vescovo attempato, un cronista pruriginoso.Gli altri maschi, partoriti, accuditi, amati, voluti e litigati? Scuotono il capo in pubblico. Poi sottobanco sgomitano l’un l’altro, armati fino ai denti dal (cinico cinico) Gulliver.
Non abbiamo bisogno di voi.
Oggi ci
siamo scambiate i ruoli. Lei resta chiusa in camera, sotto al lenzuolo nero.
Io ho fame,
di una vendetta fredda.
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