Affogata in un mar-canale veneziano, che asciugavo di polmoni. Tornata alla vita tra le mani di mio padre.
Sogno la ennedinascere come se non fossi io, stavolta, l'artefice del colpo di reni. Abbisogno, forse, di un notturno primordiale brodo diversamente mio.
Ci penso mentre fuori il sole spacca le cortecce e suonano campane a morto. Ci penso mentre mingo con dolore e annuso i tamponi di sangue e placenta - odorano uguali a frattaglie dolci, scarti di Natura madre, avanzi di me e di te.
Bruciare è depurarsi. La notte, il giorno.
Nella commozione, anche, di saperti non più compagnia esclusiva del mio ventre. Sei fuori. Sei espulso. Sei di tutti e di te stesso.
Questa immeritata grazia ha un fratello, Caino a seconda delle lune. Dentro i suoi occhi ci vedo in fila, uno per uno, quattro erranti, visi pallidi alla felicità sbattuta sul naso.
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