Le stelle erano sette. Il firmamento privato, i milioni ridotti a una mano più due dita. «Sette». Possono bastare - pensiero sottovoce, in sottoveste.
Quando è mattino, quando fruscia il bilancio delle persone cui poter urlare «sto a terra: prendi il cric, rialzami», s'immagina la scena. E mai è girata in pigiama col fiato stracotto i capelli un nodo il soffitto negli occhi. Io non sono in déshabillé. Sono Cate Blanchett nel piano sequenza più lucente, ho mangiato un diamante. Per dare sangue blu al drama - sempre proletario, sempre impolverato, per sempre comedogeno.
«Ma a loro sette basto, io?».
Voglio i sette per me, esigo la relazione biunivoca, adesso.
Ora che sono Alessandra, è quasi pomeriggio, sto scontando l'hummus nel ventre.
Questa povertà gonfia diventa recinto. «Mio». Tutto quel che serve e dura mai. Enumerare sbagliare riprincipiare. La flatulenza del vento tossico, (p)ossessivo.
talento indigeno
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